UNO PSICOLOGO IN TV... Confessioni di un anal-visionato
UNO PSICOLOGO IN TV... Confessioni di un anal-visionato
Di Lucchetti Andrea e Lorenzo il 10/5/2010
Lo psicologo Corrado Gianfigliazzo, nato l’11 settembre dell’anno 2001, all’età di 9 anni viene chiamato in tv per dare consigli al pubblico in occasione della pubblicazione del suo primo libro, prossimo best seller, quando improvvisamente lo stesso confessa il proprio dolore al mondo, facendoci anche conoscere la sua vera natura:
“…Certo per voi… è senz’altro più lodevole portare a casa il pane per i vostri figli, seguendo quella linea retta chiamata catena della moneta… la quale ricorda paurosamente la catena alimentare…
Ma, a quanto pare, è diventato altrettanto prestigioso esasperare la cura del proprio corpo con schizofrenici attrezzi… ma forse schizofrenici non sono gli attrezzi…
Oppure altri hanno la tendenza ad incivilizzare il divertimento con un’assidua massificazione dell’alcol e delle droghe…
Sì lo so, siete abituati a questi discorsi… e vi hanno anche stufato, perciò ora vi dirò qualcosa che non avete mai udito in TV”.
Vi è stata una pausa, e allora è stata l’arringa del noto psicologo imberbe:
“CI SIAMO PERSI, O FORSE NON CI SIAMO MAI TROVATI…
Ci siamo persi nel momento in cui si è persa la voglia di capire chi, per chi e per quale motivo si fanno le leggi dello stato, mentre si perde più tempo a sistemare il trucco alla nostra bella maschera da individui modello.
Ci siamo persi mentre abbiamo smesso di voler cambiare le cose e di lottare realmente per cambiarle, e mentre ci accontentavamo di indignarci per ciò che non andava…
Come un’orda barbarica lanciata all’attacco NOI non vediamo più che l’apparenza, e crediamo che il nemico sia solo ciò che appare come nemico; crediamo infatti che i nemici siano i politici corrotti, o i benzinai che alzano i prezzi, o i macellai di cui non ci si può fidare, o le veline che si spogliano e che fanno apparire il genere femminile come inetto e superficiale, o al contrario, per i pochi, i poteri forti, quelli oscuri, che dall’alto e realmente ci controllano di nascosto…
Magari è così, o magari dovrei affacciarmi dalla finestra di casa e tirare la ciabatta ultrapesante di mia sorella al cybernetico negoziante di giochi per playstation che vende ad un prezzo improponibile il nuovo gioco dell’anno dal nome seducente ”rincogliolandia” con la seguente scritta in neretto miniaturizzato: ”non è consigliato l’uso a persone attive cerebralmente e così tanto diversamente abili da essere normalmente abili”…
Ma si sa che la verità, se si guarda bene, sulla confezione c’è sempre, però è cancellabile al terzo uso.
…Ed io la ciabatta intanto gliela tirerei…
Ma come dicevamo, NOI crediamo di vedere il nemico, solo che in realtà quello non è il nemico. Ma chi allora?
Se non l’avete ancora fatto, allora provate a pensare a questo: quando andate in edicola e DOVETE scegliere fra la Gazzetta dello Sport e Focus o fra Gossip Girl e “I demoni”, cosa scegliete?
Immagino che molti si staranno chiedendo… quali demoni? Cos’è?… un nuovo film di Bram Stoker?
Chi scegliereste, dunque: I DEMONI DI DOSTOEVSKIJ o la ‘cacca di cane’ che ‘DOVETE’?
Rispondete sinceramente se no il test non funziona… eh!
Sì, sceglieremmo la ‘cacca di cane’: perché è più semplice, è più diretta e ci dà la possibilità di non dover ragionare su di noi, è questo il DOVERE che nessuno sente più come dovere… E poi la ‘cacca di cane’ ci darebbe un nuovo e interessante argomento di cui parlare: gli altri e tutte le stesse cazzate che facciamo noi o che vorremo fare noi in un fantasioso mondo di stronzate ludiche e job identificativo.
Vi propongo di nuovo la domanda - ora so che ci arriverete - , allora, chi è il vero nemico?
Noi, voi, tutti! Niente, o quel DOVETE! Perché ‘niente’ e ‘DOBBIAMO’ noi siamo da sempre, non può che esserci un nemico in un mondo dove il nostro potere, la nostra capacità decisionale, la nostra natura di esseri pensanti è illimitata, quel nemico siamo noi stessi, perché abbiamo scelto di essere il prodotto di un DOVETE che ora sentiamo come un DOBBIAMO. Perciò siamo noi il nemico: noi, voi, tutti… Niente…
Ascoltatemi, ora: ciò che udrete fra poco è di fondamentale importanza:
…Voi, voi che avete figli, voi che siete figli, voi che siete dentro il ‘niente’… Noi e voi… sì, anche NOI ‘DIVERSI’… Tutti abbiamo il dovere di cercare di capire cosa significa ribellarsi contro qualcosa che non ci va, e che siamo in grado di cambiare, non importa chi sia il primo a farlo o chi l’ultimo ma… se noi riusciamo a prendere coscienza della nostra forza, tutto può cambiare.
C’è sempre da ricordare che siamo noi stessi gli ideatori del mondo che ci circonda, quindi basta un soave clic per poter accendere il lume della nostra saggezza, del nostro coraggio, e della nostra singola verità.
Questi poteri forti che ci spiano, ci osservano, ci schematizzano, ci analvisionano… cioè ci prendono per il culo… non si fidano di noi ed hanno ragione.
È una lotta dura, che durerà anni, con noi stessi, un cambiamento difficile ma che dovrà partire da noi; se questo ci pare troppo complicato, se le responsabilità ci sembrano troppe, allora vorrà dire che “Rincogliolandia” è davvero un bel gioco, per grandi e piccini, per pupe, secchioni e analvisionati.
Del resto io sono un Robot e non posso criticarvi, sono il primo esperimento al mondo completamente riuscito di essere umano robotico, e lo dichiaro qui perché la gente sappia a cosa sono arrivati. Tutta la mia generazione è stata costruita su principi tecnologici. Questa amara verità, la psicologia ufficiale non ve la dice. Però io vedo le cose da un altro punto di vista, perciò vi dico questo:
Se ognuno prenderà coscienza di ciò che è la propria energia interna, in breve tempo ci saranno grandi cambiamenti. Conosco la razza umana, e ciò che di più misero ha, è il suo aspetto fisico, la sua idea di mondo, è la sua opinione sulla razza umana. Poiché ogni essere umano ha il potere di un dio.”
Questo racconto non è una favola, è realmente avvenuto uno di questi giorni nella nostra TV.
L’immagine del Robot urlante fece gran scalpore, fu portato via a forza dallo studio e a quanto pare revisionato. Si trattava di un esperimento che - a quanto dissero quelli dell’azienda - fu rimesso tra le mani dei meccanici per essere corretto. Ma a quanto pare è stata una gran fortuna per l’azienda questo scandalo, perché ha rivelato al mondo il potenziale tecnologico delle nuove scoperte. Ci si chiede ancora perché il ROBOT abbia parlato in questo modo della SUA generazione, come se ne avesse una. Naturalmente la sua informazione era falsa. Ci si chiede da dove sia nata.
Qui finisce la storia del RobotiX, la cui anomalia spirituale è stata eliminata, ma è stato potenziato il suo ‘dolore’ lacrimevole. Hanno cominciato a produrlo in serie, e ora è oggetto di culto tra i teen agers. 
Di Lucchetti Andrea e Lorenzo il 10/5/2010
LA SESSUALITA' IN CARCERE
Di Andrea Lucchetti, scritto il 24/10/2009
“Quanto tempo era passato?
Quanti anni erano trascorsi da quando, per l'ultima volta, avevo abbracciato la mia donna per intero?
Intendo dire un abbraccio a figura intera, senza niente che ti divida, come il muretto della sala colloqui, che anche se è alto solo un metro t'impedisce ogni contatto che non sia quello delle mani.
Quel dannato muretto. In ogni carcere in cui ero trasferito era peggio che il Muro di Berlino..."
Detenuto di San Vittore
Ecco qui, in due righe, l’evoluzione del sesso dal ‘900 ad adesso: prima degli anni ’60 il sesso era un argomento tabù, poi c’è stato lo scoppio dell’amore libero e ora ci ritroviamo di fronte al sesso come merce di scambio, un mezzo di produzione come tanti altri, ora la prostituzione mass-mediatica non ci da fastidio, è proprio questo il punto di non ritorno, il momento in cui qualcosa non ci tocca più e non ci fa indignare è segno che la linea di confine fra etica e buon senso è stata sorpassata oltre misura.
Invece nel carcere cos’è il sesso?
Una risposta secca arriva da Giuliana Proietti “chi entra in carcere occorre che lasci fuori tutte le speranze di poter continuare in quel luogo la pratica delle sue abitudini di vita (e quindi anche sessuali) ed il rispetto delle sue regole personali”.
Nella vita reale è qualcosa di più forte di ogni altro istinto primordiale ma in carcere è un concetto quasi astratto, che diventa qualcosa di fantomatico, di mo-struoso, che perde la sua naturalezza, la sua semplicità, tanto da diventare un miscuglio di pulsione e vio-lenza.(…)
Adriano Sofri nel suo articolo uscito sui giornali nel 8 di-cembre 1998 (dopo due anni di detenzione) paragona il carcere ad uno zoo, dove animali grandi e piccoli erano costretti a tenere a bada i loro istinti, dai più naturali come muoversi, aprire le ali, staccarsi da terra, saltare ad andare a cercare cibo quando se ne ha bisogno e fare del sesso con gli altri membri del branco; nei carceri invece l’uomo cosa può fare? Magari rinchiusi in 5 o più in una cella di qualche metro quadrato, sempre pronti ad ogni ordine delle guardie, sempre all’erta a scattare ad ogni passo successivo della lancinante routine giornaliera che sfigura la creatività, li potremmo paragonare a degli animali negli zoo?
Sì, a tutti gli effetti lo sono, in carcere si perde la dimensione giusta della solitudine, viene repressa la voglia di protestare contro un sistema ingiusto, si perde la capacità di piangere per una libertà che è ormai solo un miraggio lontano.
Se ora vi dicessi che l’articolo 8 della Convenzione Euro-pea dei diritti dell’Uomo asserisce che “tutti devono avere il diritto di stabilire relazioni diverse con altre persone, comprese le relazioni sessuali” voi cosa pensate? Che una legge è solo una legge, che sono parole che si dicono tanto per dire, che chi l’ha scritta voleva ingraziarsi qualcuno, o che è la legge più naturale di questo mondo?
Qualunque dubbio abbiate, la risposta giusta è “è la cosa più naturale di questo mondo!”
Abbracciarsi, innamorarsi, fare sesso, vivere, arrabbiarsi, correre, soffrire sono attività pratiche della vita e nessuna legge, nessuna ordinanza, nessuna restrizione deve poter abbattere queste libertà!
Riprendendo la metafora zoologica negli ultimi anni nonostante l’economia che c’è dietro il mercato di animali, c’è chi ha combattuto per fa chiudere degli zoo e a volte ci sono riusciti, ma questo non vale per le carceri, anzi ogni stato moderno sente il bisogno di modernizzarli, di renderli più sicuri in relazioni a possibili fughe, insomma i carceri “sono sempre più in voga”.
Il problema è che il popolo non ha voce in capitolo sul si-stema penitenziario e forse non ne vuole avere perché gli va bene così, tanto ognuno di noi è convinto che ciò che capita ai malvagi a noi non può capitare, quindi perché disperarsi per un sistema che non farà mai parte della nostra vita?
Antropologicamente parlando, la pena corporale è antica quanto il mondo, e perché dovremmo essere proprio noi sovvertire una legge che ormai sembra quasi naturale?
La precedente è una serie di domande a cui non riesco a trovare una soluzione: eminenti filosofi, antropologi, sociologi e politici hanno detto la loro su questo argomento, non vendendone a capo se non in una direzione astratta e metafisica; potrei dilungarmi sulle loro interessantissime teorie ma a noi serve qualcosa di pratico ed è di questo che parlerò ora.
È eticamente giusto e ammissibile, anzi doveroso, che un uomo e una donna in carcere incontrino i loro partner o altre persone con cui poter fare l’amore o costituire una relazione.
Questo è il punto principale da cui partire, ma di fronte a ciò spuntano subito le prime obiezioni: come si può pensare di dare un’ora di libertà sessuale a persone che per giorni o mesi stanno rinchiuse in celle, come potrebbero usufruire di tale “beneficio”?
Posso facilmente difendermi da tale provocazione, la gab-bia corporale è inumana se non in quei casi di eccessiva pericolosità, ma è del tutto fuori da ogni ottica punitiva e riabilitativa nei casi di normale delinquenza.
Molte persone sono dotate di istinti che ondeggiano costantemente fra due fuochi, quello della soddisfazione immediata e quello del condizionamento sociale, così molte quando possono li soddisfano e altre a volte li sublimano, il fatto è che nell’ambiente carcerario sono impossibili entrambe le cose; da ciò deriva la profusione di sessualità, di violenza e di suicidi o tentativi nelle carceri, la repressione coatta è una nuova violenza nella violenza, che peggiora drasticamente le condizioni umane e tende a far si che l’individuo si estremizzi ancora di più dalla cosiddetta normalità, si assenti nel proprio mondo senza riuscire a percepire realmente il motivo di tali soprusi, e per chiudere il cerchio di tale circolo vizioso c’è da ricordare che la stragrande maggioranza degli individui ha un alto tasso di recidività al reato derivante dal non aver interiorizzato a fondo la colpa.
Quindi resta fermo il fatto che la possibilità di una re-lazione sessuale è ovviamente giusta, e con essa il diritto, di detenuti o di persone loro legate, ad avvalersene o no.
Riprendendo le parole di Sofri “la galera è capace di tra-sformare in una scoperta, e in una concessione, tutto ciò che è primario e innegabile, a partire dall’aria che si respira”.
Un’altra obiezione è questa: in una società in cui il sesso è un bene spacciato per droga a basso costo sulla televisione e una realtà ancora discussa nella vita di tutti i giorni, come si può dare tale beneficio di libertà sessuale a gente che ha commesso reati, gente che ha fatto del male, quando è così tanto difficile perfino per molta gente comune convivere con la propria sessualità nella vita quotidiana? Come dire… se non riusciamo noi, come riescono loro?
Obiezione a primo acchito del tutto appropriata ma guar-dando meglio alla ragione sottostante a tale attacco vi tro-viamo un’enorme falla: qua non si tratta di chi deve ricevere di più e chi deve ricevere di meno, non si può fare una graduatoria meritocratica-morale dal più buono al più cattivo, leviamoci di torno questa coltre cattolica di servilismo mentale; bisogna mettersi bene in testa che chi ha commesso reati soffre già dei suoi sensi di colpa, soffre già per una condizione di reclusione che non è riconducibile ad un reato per quanto grave esso sia, smettiamola di punire per rimediare al danno, smettiamola di togliere invece di rattoppare.
Una domanda ancora più semplice: perché non do-vrebbero avere la televisione? Pensiate che faccia parte della punizione il doversi estraniare dal mondo? Perché dovrebbero avere bagni sporchi?
Ricordatevi bene che il girone degli inferi Dantesco era un’allegoria del mondo, non un esempio da seguire e nemmeno una scienza esatta.
Credo e sono fermamente convinto che una soluzione al problema "affettività", intesa in particolare nella sua dimensione sessuale, debba iniziare per forza di cose con una critica storico-culturale. Ripercorrere e rivedere tutta la nostra tradizione e concezione culturale religiosa in materia, ereditata in duemila anni di storia dell’Occidente e che ha accompagnato e influito sul concetto del sesso, del piacere in generale, il piacere visto, vissuto ed analizzato come peccato, male necessario solo per la procreazione e a salvaguardia della specie.
Ora passo al contrattacco, me la prendo con una casta: la Chiesa; preti, suore, cattolici e indottrinati, ditemi dov’è la vostra Chiesa, la vostra carità, il vostro perdono in un sistema carcerario che punisce oltremodo, che non perdona?
Dov’è la vostra religione quando si parla di amore fra uo-mini e donne quando a tali delinquenti viene tolto tale privilegio? E come pretendete di attaccare gli o-mosessuali nella vita reale, se lasciate che il carcere se né impedisca ogni alternativa?
Ciò è semplicemente ipocrita se si sta parlando di un regime totalitario come quello ecclesiastico che riesce a tenere un piede in due staffe senza che nessuno se ne accorga.
La reclusione e la costrizione modificano inspiega-bilmente anche la natura di uomini, che fino a prima della carcerazione (si attesta ufficiosamente che i rapporti omosessuali raggiungono quasi l’80% della intera popolazione carceraria) hanno avuto un comportamento etero.
Una testimonianza di un ex detenuto mi ha colpito molto, un passo della sua intervista comincia così: “l'impossibilità di essere "normali" non fa parte soltanto della vita reclusa. Quando esci, soprattutto se hai passato dentro un po' di anni, ti porti addosso delle profonde ferite psicologiche. Basta pensare soltanto alla mancanza d'intimità: qui puoi essere sorvegliato a vista ventiquattro ore su ventiquattro, in ogni attimo del giorno e della notte. È vero che questo non avviene sempre, però possono controllarti a vista quando vogliono e tu lo sai e ci soffri. Si parla tanto di rieducare i detenuti al lavoro, alla legalità; anche il problema della deprivazione affettiva e sessuale non viene affrontato con una logica rieducativa dopo la scarcerazione(…).
Il problema è che si perde di vista il valore del sesso come strumento di relazione, di condivisione, di scambio emozionale”.
Un’altra difficoltà che introduce è quella della staticità mentale “Su certe cose devi essere per forza conformista e l'impossibilità di fare scelte irrigidisce la tua mente, incanala il tuo pensiero dentro tracciati predefiniti, dove non c'è sviluppo, non c'è espansione, ma piuttosto c'è accelerazione incontrollabile verso idee fisse.
Il carcere produce manie, è un luogo in cui spesso il pensiero va in caduta libera verso ciò che già sappiamo”.
Psicologicamente parlando lo stato di detenzione mo-difica perfino le funzioni cognitive del soggetto e soprattutto la capacità di prendere decisioni, che subisce un forte declino (Cooke, Baldwin, Howison). Cambia poi la percezione della realtà, si rielaborano ad esempio gli eventi che hanno condotto al carcere vivendo la così detta “sindrome di innocenza”, si innescano meccanismi difensivi come la "minimizzazione", la "razionalizzazione" e la "proiezione” (Ferracuti), che hanno lo scopo di permettere la sopravvivenza alle enormi e immediate privazioni subite all’interno del carcere.
Fin dall’antichità togliere la libertà va di pari passo con la penitenza, infatti ciò che si è voluto far sperimentare all’individuo in carcere è uno stato di malessere che avrebbe dovuto servire, nelle intenzioni, da deterrente: una spaventosa minaccia che pende sia su chi è fuori dal carcere (e inibisce pertanto i comportamenti devianti), sia su chi ha la sfortunata opportunità di sperimentare questa vita di privazione e dovrebbe trovare in questa spiacevole esperienza la motivazione a comportarsi in futuro più correttamente, evitando le recidive.
Da interviste raccolte ho trovato un punto che le ac-comuna: tutti ammettono che dopo un primo periodo di assestamento in cui si pensa a tutto meno che al sesso, poi comincia a farsi opprimente il desiderio, questo è il momento in cui è necessario allentare la tensione (accumulata sì nell’apparato genitale, ma anche nella nostra mente) che spesso può sfociare nella violenza.
L’uomo infatti, così come la donna, che tuttavia sembra mostrare più capacità nel sublimare tale tensione, è facile a scoppi improvvisi d’ira, anche per cose che nella vita reale non avrebbero provocato altro che un segno di stizza al massimo; questo è simbolico per dimostrare quanto il carcere sia un luogo di vera punizione che mette a dura prova l’organismo sia sul piano fisico che mentale.
Continuando sui punti in comune delle varie interviste, ci si trova d’accordo su un comune percorso sessuale del carcerato: prima ci si accontenta dell’autoerotismo, poi ci si comincia a desiderare di toccare, accarezzare, perché il sesso si miscela con affetto e contatto, è proprio da qui che cominciai un sottile cambiamento nella psiche dell’individuo; questo cambiamento nell’identità di genere e anche nella scelta del proprio ruolo sessuale “può” provocare delle dissociazioni a livello psichico, che “può” essere alla base di un futuro disturbo psicopatologico.
Per esempio si possono andare ad incrinare precedenti fragilità, rinfocolare traumi, esaltare sensi di colpevolizzazione (magari causati da infamanti giudizi religiosi) e perdere la stima di sé.
"È noto che la fantasia sessuale viene moderata, anzi quasi repressa, dalla regolarità dei rapporti sessuali, e che al contrario diventa sfrenata e dissoluta per la continenza e il disordine dei rapporti".
Friedrich Nietzsche
SOLUZIONI
“L'uomo è nato libero, e dappertutto è in catene”.
Jean Jacques Rousseau
Mi chiedo allora: quale forma di rieducazione è quella che riesce a modificare in peggio la natura dell'essere umano? Cosa c'è di civile in una forma di recupero, di riabilitazione, che istiga inevitabilmente alla violenza sessuale innaturale? Cosa ne rimane della dignità di questi uomini? Uno Stato civile e democratico non condanna alla detenzione con il solo scopo di reprimere, altrimenti non si definirebbe tale. Sarebbe più un lager!
Bene, allora troviamo una soluzione.
Già in Spagna, Olanda, Svezia, Danimarca, Norvegia e Svizzera la soluzione del colloquio intimo in un apposito spazio adibito all’incontro di coppie pre-esistenti così da poter mantenere il legame ben saldo con i proprio familiari.
In Italia non ci smentiamo mai e siamo ancora agli inizi in tale campo, erano state fatte alcune proposte, tra cui una dell’onorevole Corleone ma che fu subitamente abrogata come da copione, si è pensato subito che si parlasse di carceri “a luci rosse”.
La soluzione va cercata in una politica di esecuzione delle pene che privilegi, immediatamente sin dall’inizio dell’esecuzione della condanna: l’uscita dal carcere e l’incontro coi propri cari, e non il distacco e la separazione, cause di infiniti problemi esistenziali, di relazione e interpersonali.
In Svizzera, in particolare nel Cantone Ticino, si è realizzato un sistema di esecuzione di pene diversificato, che favorisce l’affettività sia all’esterno del carcere, sia all’interno (in senso intramurario), per quei casi che per motivi legati alle condizioni del tipo di criminalità non possono essere favoriti quelli extramurari.
Secondo il sistema legislativo Svizzero ogni cantone ha un forte autonomia e quindi anche in questo campo ne ha parecchia.
Laddove si osserva una difficoltà legata alla personalità del detenuto, allora si agevolano altri generi di incontri affettivi, essi sono di 3 tipi:
1) Il "colloquio gastronomico" consiste nella possibilità di poter consumare un pasto in compagnia di familiari ed amici tra le 12.00 e le 14.00. Lo può chiedere il condannato che ha scontato 12 mesi (10 mesi su proposta del Direttore del carcere se il comportamento del de-tenuto è esemplare) o ha superato la metà della pena. Tra un colloquio e un altro devono intercorrere due mesi (Disposizione interna della direzione del carcere, 1996).
2) Il "congedo interno" dà la possibilità al detenuto di trascorrere sei ore coi propri familiari ed amici dalle 10.00 alle 16.00 e di consumare il pranzo in comune in una "casetta" situata al di fuori del perimetro di alta sicurezza, ma all’interno di una recinzione securizzata. Lo può richiedere il condannato che è privato della libertà da 24 mesi (18 mesi su proposta del Direttore del carcere se il comportamento del detenuto è esemplare). Possono parteciparvi tre persone adulte, oltre ai figli. Tra un congedo e l’altro devono intercorrere due mesi. Si può scegliere tra il "colloquio gastronomico" e il "congedo interno". Importante che tra una possibilità e l’altra intercorrano due mesi (Disposizione interna della direzione del carcere, 1996).
3) Il colloquio "Pollicino" si propone di mantenere i rapporti tra la persona privata momentaneamente della libertà e i propri figli. Questi colloqui avvengono la domenica, durante il normale svolgimento delle visite dei famigliari ed amici tra le 09.30 e le 11.30 in una saletta adibita per accogliere i bambini (Disposizione interna della direzione del carcere e del Servizio di patronato penale del Cantone Ticino).
Il Servizio "Pollicino" nato negli anni ‘90 fa capo ad un’associazione privata per la prevenzione e autonomia della prima infanzia ed è finanziato dal Penitenziario cantonale. Gli incontri tra genitori in esecuzione pena e i propri bambini vengono preparati, organizzati e gestiti da due psicologi responsabili del servizio.
Qual è il messaggio principale di queste innovazioni?
Che si deve tendere a far sempre meno uso della carcera-zione e sempre più a pene alternative per causare meno danni possibili sia al condannato sia indirettamente ai familiari.
Un’altra soluzione immediata, come spiega bene Serafino Privitera, potrebbe essere quella di diminuire quanto più possibile, già a livello di legislazione, la distanza tra l’inizio dell’esecuzione della pena e l’ottenimento dei primi congedi che si propongono, quanto prima, di ristabilire i contatti coi propri cari, fuori, lontano dalle mura carcerarie. Il carcere non può creare quell’intimità, spontaneità del momento dell’incontro e dell’intimo, poiché in caso contrario l’intimità si limiterebbe al solo atto meccanico che nulla ha a che vedere con "l’affettività". Gli incontri intramurari devono essere pensati unicamente come "ultima ratio" e per mantenere, coi limiti che ciò comporta, quegli affetti che se non continuati durante la carcerazione causerebbero gravi conseguenze psicofisiche, comportamentali e della personalità.
Per ultima, ma non certo per importanza, aggiungo tale affermazione: se il carcere deve essere idealmente un luogo di “rieducazione, o più realisticamente un luogo dove possa essere conservata la dignità umana, i comportamenti sessuofobici di chi sta fuori dalle sbarre e fa leggi e regolamenti, non sembrano lungimiranti, né utili al reinserimento sociale di questi soggetti; non solo per loro stessi e per il loro diritto di continuare a vivere, una volta scontata la pensa, ma anche per il nostro futuro, o per il futuro delle prossime generazioni.
La libertà è come l'aria: si vive nell'aria;
se l'aria è viziata, si soffre;
se l'aria è insufficiente, si soffoca;
se l'aria manca si muore.
Luigi Sturzo

Di Andrea Lucchetti, scritto il 24/10/2009
SCIE CHIMICHE SUI NOSTRI VOLTI

Di Lorenzo Lucchetti
Come vedete: queste foto scattate a ripetizione sono del 9 ottobre 2009, ore 12:49.
I FATTI.
È una mattina fresca e asciutta tra le colline marchigiane, ed io sento un costante via vai di aerei sopra la mia casa.
Da questo luogo lontano dalle città, la chiarezza è impressionante (come vedete sono tutt’altro che un professionista, ma non serve esserlo per mostrare certe evidenze): tutte le velature del cielo, compresi i fasci più ampi di nuvole, in questo cielo sono artificiali. Impressionante? Sì, e mi chiedo cosa infine provocheranno nei nostri corpi.
Ho voluto portarvi un piccolissimo contributo, linkandovi i documenti più validi che si possono trovare gratis in rete. Ve ne saranno certamente degli altri (nel qual caso vi pregherei di segnalarmeli tra i commenti), se poi volete ricevere ancora più informazioni, potete trovare i dati su che cosa stia accadendo in tutto il mondo, e perché, su questi siti:
http://www.tankerenemy.com
http://www.sciechimiche.org
INOLTRE:
“DOSSIER SULLE SCIE CHIMICHE BY CORRADO PENNA”.
È UN TESTO ASSOLUTAMENTE CLAMOROSO (L’INTERO TESTO È FONDAMENTALE, MA I CAPITOLI A MIO AVVISO DA LEGGERE APPROFONDITAMENTE SONO: 5-6-11-12-13 (SOPRATTUTTO) -14-15-25-26-27-28-29-30-31-33-34-35-36), DA SCARICARE IN .PDF GRATUITAMENTE:
“Nel maggio del 2008 l’amministrazione comunale del Comune di Savignano sul Rubicone (provincia di Forlì-Cesena, Emilia Romagna) ha denunciato la pericolosa realtà delle scie chimiche, seguita a giugno da quella di Sant’Arcangelo di Romagna. Entrambi hanno approvato la seguente mozione:
- in tutta Italia, nella nostra Regione e soprattutto per quanto ci riguarda nel nostro territorio provinciale e comunale, da alcuni anni e in modo sempre più intenso, vengono rilevate scie chimiche (chemtrails), rilasciate da aerei militari non meglio identificati…”
L’AERONAUTICA MILITARE TI VUOLE L.O.V.: DIFFUSIONE AEREA DI IMPIANTI BIOLOGICI NEL CIBO, NELL’ACQUA, NELL’ARIA (DI C. W. PALIT)
“L'articolo che abbiamo tradotto è stato elaborato da una ricercatrice sagace e lungimirante del fenomeno "scie chimiche", Carolyn Williams Palit. Basandosi soprattutto sugli studi di scienziati come Castle e la Staninger e su documenti in parte declassificati, la Palit giunge a conclusioni plausibili sul vero scopo delle chemtrails, ossia il controllo della popolazione mondiale, per mezzo della distribuzione un po' in tutto il globo di microsensori che funzionano alimentati dai raggi ultravioletti. Ciò ci permette di comprendere per quale motivo gli avvelenatori stiano completando la distruzione dell'ozonosfera e di capire che, in nessun modo, essi stanno tentando di creare uno schermo contro le radiazioni solari, come ventilato ingenuamente da qualche ricercatore. Sono comunque temi illustrati dalla Palit con chiarezza ed incisività in uno studio che, senza tema di apparire iperbolici, giudichiamo fondamentale e di vitale importanza…”
UN MORBO DIRETTAMENTE COLLEGATO ALLE SCIE CHIMICHE, DI CUI NON CI È ASSOLUTAMENTE DATA NOTIZIA DAI MEDIA NÉ DALLE CASE FARMACEUTICHE:
“Morgellons: una nuova e terribile malattia vicina ad uno status pandemicoSembra una storia tratta da un agghiacciante film fantascientifico: persone che raccontano la sensazione di creature che si muovono sotto la pelle, fibre mobili e misteriose che si manifestano nello stesso modo in cui insetti e vermi fuoriescono dal derma. Sfortunatamente tutti questi sintomi orribili sono tutti veri. Le persone che ne portano testimonianza sono affette dal morbo di Morgellons, la malattia più orrenda fra tutte le bizzarre patologie apparse negli ultimi anni, apparentemente da nessun luogo. Il Morgellons sta attualmente raggiungendo proporzioni epidemiche negli Stati Uniti ed all’estero…”
IL RAPPORTO STANINGER (L’ARTICOLO È DIVISO IN TRE PARTI SUCCESSIVE, QUESTA È LA PRIMA)
“Pubblichiamo la prima parte della relazione della dottoressa Hildegarde Staninger. Lo studio è stato presentato il 6 settembre 2007, durante il convegno internazionale svoltosi nell'ambito del National Registry of Environmental Professionals di San Antonio, Texas…”
DOSSIER HAARP
“Il brevetto di Eastlund descrive una tecnologia in grado di confondere o interrompere completamente i sofisticati sistemi di guida di missili e di aeroplani. Più precisamente, questa capacità di coprire ampie zone della Terra con onde elettromagnetiche di frequenza variabile e il relativo controllo dei cambiamenti di tali onde, rende possibile la distruzione di comunicazioni via etere. Il brevetto dice:
"Così, questa invenzione fornisce la capacità di fornire livelli di energia senza precedenti, nell'atmosfera terrestre in aree strategiche, e di mantenere il livello dell'iniezione di potenza specialmente se è impiegato un impulso casuale, in modo molto più preciso e meglio controllato dai sistemi precedenti, specialmente nella detonazione di dispositivi nucleari di vario tipo a diverse altitudini…"
GUARDATE ANCHE QUESTO SCONVOLGENTE VIDEO, DI CUI NON VOGLIO PREANNUNCIARVI NIENTE:
INFORMAZIONI FINALI IMPORTANTISSIME, VIDEO:
Di Lorenzo Lucchetti
2012: COSA PENSANO I VERI MAYA?
Per vedere il testo inglese andate alla pagina http://www.newsweek.com/id/195688
Traduzione di Lorenzo Lucchetti e Catia Battenti per LAVALLEDELVENTO.NET
Gli studiosi raramente amano i dilvulgatori, ma mai questa loro ostilità è stata evidente quanto nella battaglia sul 2012, una data che, secondo i divulgatori, coinciderà con la fine del mondo, la trasformazione della coscienza globale, la fine del calendario Maya, l’inizio di un altro ciclo del calendario Maya… o niente di tutto questo.
“Non presto alcuna attenzione a queste cose, perché si tratta di “montature”,” dice Anne Pyburn, un’antropologa dell’Indiana University studiosa dei Maya.
Tra i seguaci delle religioni New Age, comunque, e particolarmente tra coloro che amano celebrare l’equinozio all’ “Mayan ruin Chichen-Itza” della penisola del Messico, lo Yucatàn, la credenza che l’anno 2012 marcherà una trasformazione globale è diffusa.
Nelle librerie, sugli scaffali dedicati alla “magia” o alla “divinazione”, numerosi volumi promuovono questa visione: dai grandi editori come HarperOne ai piccoli come Bear & Company (un editore New Age di Rochester [..]).
I trailers dei film mostrano oceani che spazzano via montagne che sembrano l’Himalaya, mentre la faccia dei monaci è piena di terrore. Uno dei più popolari scrittori nella categoria “2012” è John Major Jenkins, un “ricercatore indipendente” come lui si definisce, che nel suo libro del 1998 “Maya Cosmogenesis 2012” aiuta a introdursi in questo argomento “anomalo”.
“Intorno all’anno che noi chiamiamo 2012” egli scrive “un grande capitolo della storia umana arriverà alla fine. Tutte le considerazioni e le assunzioni delle precedenti Ere Mondiali svaniranno, e una nuova fase della crescita umana inizierà.”
David Freidel è archeologo alla Washington University a St. Louis e recentemente ha accettato di parlare ad una Conferenza New Age sul 2012. Egli dice, principalmente “Ho immediatamente detto sì, per poter parlare prima che lo facessero i ciarlatani”.
Freidel ha studiato il calendario Maya (i calendari), e mentre è d’accordo sulle caratteristiche del calendario “a conteggio lungo”, per il quale egli conferma il termine nel 2012, ha scoperto però che i Maya – in particolare i gruppi che vivono dal loro antico sistema di date – non vedono in esso alcun tipo di cataclisma. L’anno 2012 è nient’altro che il “resetting di un orologio”, un contachilometri che ricerca lo zero prima di ricominciare ancora il conto.
Freidel accusa Jenkins e altri divulgatori di aver inventato una teologia a supporto della loro visione “che il mondo è in declino”, e che una forza esterna interverrà presto per riportare le cose al meglio. “Questa è una tendenza” egli dice “sostenuta dall’ingenuità di individui che vogliono vedere la coscienza globale sollevarsi”.
Jenkins d’altro canto difende se stesso contro le accuse che lo vedono come un fraudolento, dicendo “Leggete il mio libro! Guardatene la bibliografia!”.
Pyburn si lamenta che il fenomeno 2012 crei “idee esotiche” e falsate riguardanti i Maya. “Quando dei popoli colonizzati e oppressi decidono di usare il loro patrimonio culturale per promuovere se stessi, questa è una scelta. Quando questo viene fatto dalle ricche “Prime Nazioni Mondiali”, io penso che si tratti di sfruttamento, e per me è inaccettabile.”
“I Maya” ci informa “è un gruppo eterogeneo di persone che hanno vissuto – e ancora vivono – senza un linguaggio o cultura unificati. Parlare di qualsiasi credenza e attribuirla ai “Maya” è come dire “tutte le persone di colore sono uguali”. Noi non raccontiamo mai il fatto che essi parlano 28 diversi linguaggi in una popolazione di 8 milioni di abitanti attuali. Se li chiamiamo “Maya”, allora devono essere identici.”
“In Messico” aggiunge “questi gruppi Maya pensano al 2012 come a una ‘invenzione dei gringo’. In America, noi abbiamo sempre avuto un modo univoco di recepire la profezia sulla fine dei tempi [..].
La cosa singolare sul 2012 è che non fa appello ai fondamentalisti Cristiani, ma al gruppo New Age.”
Traduzione di Lorenzo Lucchetti e Catia Battenti per LAVALLEDELVENTO.NET
Ci scusiamo per i possibili errori di traduzione, abbiamo comunque cercato di rimanere fedeli al testo originale.
Per vedere il testo inglese andate alla pagina http://www.newsweek.com/id/195688
Le cellule staminali. La Legge, il Papa e l'Uomo di Vetro
E' il 3 marzo 2009 quando entro nell'appartamento di una giovane coppia emiliana, lui 27 anni, lei 28, conviventi da quattro. Una coppia armoniosa ed unita. Ascolto le idee del ragazzo. La loro casa emana un notevole senso di protezione e calore.
"La Legge 40" ci dice lui "vieta di operare con cellule staminali, ho visto anche un servizio sulle Iene, credo sia stato nell'ultima puntata (29/02/2009 - www.youtube.com/watch?v=BmwxGL85k_M), certi vanno a Bangkok dove fanno la sperimentazione, e ci vanno gli italiani, molti tornano a camminare. In Italia invece..." Si riferisce a persone con malattie neurodegenerative. Lui non è arrabbiato, ironizza semplicemente e rammenta i fatti. "In Italia questo è vietato dalla legge 40, la legge 40 sulla fecondazione assistita"
(Il referendum fallito del 12-13 giugno 2005 con i suoi 4 punti doveva servire a cancellare definitivamente questi pesanti divieti 1) divieto alla ricerca sulle cellule staminali embrionali 2) limitazione a 3 del numero di embrioni prodotti, divieto di crioconservazione, obbligo di impianto di tutti gli embrioni prodotti anche in assenza di rinnovato consenso da parte della donna (divieto di "ripensamento"), divieto di diagnostica preimpianto 3) equiparazione dei diritti dell'embrione con quelli delle persone già nate 4) divieto della fecondazione eterologa. Dal sito www.molecularlab.it/elaborati/elaborato.asp?n=37)
Vediamo ora di capire di che cosa stiamo parlando.
Questo ragazzo dice di soffrire di una malattia genetica che si porta dietro dalla nascita, egli ce l'ha in forma lieve, ma la medicina sa che può essere trasmessa in forma molto grave ai figli.
"Quali sono gli effetti su di te di questa malattia?" gli chiedo.
"Gli effetti più gravi sono quelli di avere ossa fragilissime, hai presente il personaggio de 'l'uomo di vetro' nel film 'il favoloso mondo di Amelie'?"
"Certamente"
Il personaggio in questione vive recluso in casa, dove ogni spigolo è ricoperto di gomma, perché ogni oggetto appuntito può potenzialmente procurargli una frattura. Non può uscire. Non può vedere nessuno se non chi lo va a trovare in casa.
"Per esempio io conosco una ragazza che ha fratture permanenti in tutto il corpo, perché le ossa a forza di rompersi non guariscono più." Spiega. "Io ho una fragilità di natura genetica che consiste nel fatto che le mie ossa assorbono meno calcio o meno collagene, e sono conseguentemente molto più fragili delle ossa normali. Le mie ossa si possono rompere più facilmente di quelle degli altri."
Gli chiedo "Quante operazioni hai effettuato nella tua vita a causa di questa malattia?"
Lui "Circa 15 al Rizzoli di Bologna."
"E ci puoi spiegare il problema relativo alla legge 40 di cui hai accennato all'inizio?"
"Il problema per le coppie come la nostra, è che in Italia non si può fare analisi di preimpianto."
"E perché dovreste fare questa analisi preimpianto? A che cosa vi serve?"
"Serve per non mettere al mondo un figlio con questo gene malato, e costringerlo a vivere tutta la vita con questa malattia, magari anche in forma più grave della mia."
"La tua malattia è nota alla scienza, è diagnosticata, o solo è presunta, una cosiddetta malattia sconosciuta?"
"E' diagnosticata, e studiata."
"Dunque anche la possibilità che vostro figlio riceva il gene di questa malattia è stato quantificato dalla medicina?" gli chiedo.
"La probabilità più alta è che ne venga colpito in maniera grave. Si tratta di un responso medico. La medicina dice che la probabilità che nostro figlio nasca malato è altissima."
"Tornando al discorso di prima" gli chiedo "che cosa significa 'analisi di preimpianto'? Ovvero, puoi spiegare ai lettori con parole da un non-addetto ai lavori, cos'è un'analisi preimpianto?"
"L'analisi preimpianto" dice lui, molto informato "viene effettuata dopo aver preso l'ovulo della donna, e averlo fecondato in vitro con lo sperma dell'uomo, le cellule fecondate dallo sperma del compagno vengono analizzate per vedere se contengono il gene malato, e se non lo contengono si può effettuare l'impianto dell'ovulo già fecondato nella donna. C'è ovviamente il rischio del fallimento, perché l'impianto come qualsiasi inseminazione non dà la certezza della gravidanza, però si è certi che almeno per quel gene, nel figlio non vi saranno problemi."
"Voi dunque andrete all'estero" gli chiedo "perché proprio questo tipo di analisi in Italia non può essere effettuata. Spenderete molto?"
"Certamente molto di più che se fosse stato fatto in Italia."
"E che cosa potreste consigliare ad una coppia italiana che non ha le vostre possibilità economiche, perché logicamente andare all'estero rende l'operazione molto cara? Che cosa si può fare in Italia se non si vuole avere un figlio malato, visto che all'estero la scienza sembra poter aiutare maggiormente le coppie con il vostro problema?"
"La legge italiana vieta la diagnosi di preimpianto, ma non l'aborto entro i 3 mesi, quindi se non si espatria, qui esiste una sola strada per non avere figli gravemente malati, cioè effettuare prove all'infinito (di fecondazione naturale), effettuando ogni volta l'amniocentesi sul feto, per vedere se ha il gene malato, e abortire di volta in volta finché non nasce un feto sano. Prima dei tre mesi naturalmente"
(L'amniocentesi è il prelievo di un campione di liquido amniotico, che può essere eseguito ambulatorialmente. Da www.italiadonna.it/genitori/gravidanza/amiocentesi.htm)
"E' stato un referendum mancato ad impedire questa possibilità" interviene la compagna "secondo noi il divieto scaturisce dalla paura cattolica di voler scegliersi il figlio perfetto. Ma la Chiesa dice anche che nessuna caratteristica genetica può essere scelta, perché altrimenti l'uomo si sostituirebbe a Dio. Questa scelta è ancora più cinica, perché in teoria così lo Stato obbliga chi si sente libero da dogmi, ad abortire finché non gli nasce un figlio senza quel gene"
Chiedo a lui "Ritieni anche tu che sia stata l'ingerenza del Vaticano ad aver provocato questa situazione?"
E lui "Ho parlato di questo argomento con un prete circa un anno fa, è un prete giovane, e forse anche per questo l'ho sentito vicino al mio problema. Sicuramente voleva darmi ragione, ma in quanto prete non ne poteva parlare. Mi ha detto "Io di queste cose non me ne interesso molto e non ne posso parlare......" E' stata la cosa più furba che potesse fare.."
E poi lei "Il problema più grave è che la gente crede ancora che il Papa sia il Vicario di Dio, e che sia dalla parte del popolo. E che i politici tengono particolarmente al voto dei cattolici."
Mi dice infine lui, che in Italia molti dottori non danno nemmeno informazioni ai pazienti. Bisogna cercarsi medici che non ritengano personalmente un problema etico il manipolare geneticamente.
"Ne ho conosciuti alcuni che non essendo disponibili non ti informano neanche sulla questione." Fa lui.
"E quanto avete speso per una visita?"
"Abbiamo trovato a 110 euro un ginecologo bravissimo che si occupa anche di infertilità, siamo stati noi a scegliere il dottore che ritenevamo all'altezza." (spesso proprio grazie alle loro ricerche su internet, altro mezzo bistrattato dalla Chiesa)
"E' un diritto umano quello di decidere che il figlio debba essere sano, (e, aggiunge l'intervistatore, se debba essere cattolico o no) altrimenti non avresti il diritto neanche di decidere se avere un figlio o no."
"Sei cattolico?" gli chiedo.
"Cattolico ma come posizione in questo momento mi sento più protestante. Comunque la libertà d'espressione è fondamentale. Non si può far tacere il Vaticano, non puoi scindere chi azzittire e chi no, oppure entri in un vortice dittatoriale... Però la gente ha il dovere di ragionare con la propria testa."
Grazie a questa coppia per la disponibilità alla cronaca.
Grazie di cuore a tutti voi che ci avete letto.
Lorenzo Lucchetti
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Amalia Ciardi Dupr� la causa di ogni dolore � la mancanza di libert�.
La stupenda cristallina visione di questa donna, mette a tacere chiacchiere e sproloqui.
Jan Palach, studente Ceco, si bruciava con la primavera di Praga, era il lontano 1969, mentre l'armata rossa in città annichiliva ogni possibile fuoco interiore umano. E la Duprè in quel '69 con le sue sculture cominciava a fare la storia e la sua storia dell'arte, con il monumento intitolato La Torcia, un'atroce allucinazione il cui tema era una verità palese: la causa di ogni dolore è la mancanza di libertà (La Torcia, Monumento a Jan Palach).
Oggi la Duprè la potete vedere illuminare i suoi libri (p.e. Bios e Tanatos, Vita e morte, Ed. Socialmente) e la nuova mostra di sculture (è a Firenze alla Galleria dell'Accademia tra il 4 e il 28 febbraio '09), arredata con i suoi quadri, che sembrano accompagnamenti corali alla sua partecipazione alle più grandi catastrofi della vita, urlate con le grida del '900, e con le piccole e più grandi anime di questo inizio millennio.
Lei ha subìto la seconda guerra mondiale, la conosce, perciò scoprirete che Amalia Ciardi Duprè è allo stesso livello di grandezza del Michelangelo visitato a Roma, ma vedendo le sue opere troverete che oltre a meritare di trovarsi nei libri di scuola dei nostri figli accanto alla Guernica di Picasso, (ma chissà se saremo abbastanza forti da pretendere veramente questa dolcezza per le loro vite?) le sue opere hanno la grandezza d'inginocchiarsi con amore e umiltà, alla calma fine delle nostre onorevoli esistenze, e del nostro calore accorato.
Nessuna disumanità artistica dunque. Passate a Firenze e vi arricchirà la giornata. Nessuna tentazione di provocare, odiare, solo con-passione e autocritica.
Ma è importante che passi alla storia questa arte, per arricchirci di amore e libertà, è importante che le si permetta di regalarci quella spiritualità dolcissima, che Amalia raffigura magnificamente nella sezione della mostra cui ha dedicato il suo titolo più poetico: nel cielo nell'aria nel vento.
Avete presente quelle occasioni internazionali in cui le lotte per i diritti umani diventano cronaca? Le frantumazioni interiori per riscoprirsi con il proprio sé più vero, divengono cronaca nella Duprè. E fanno la storia del nuovo secolo, tramite il veicolo della sua ricchezza interiore.
Perciò almeno una cosa promettiamocela, che non chiuderemo le nostre orecchie alla verità. Il vero senso delle sue opere risiede infatti in un ultimo istante cui voglio condurvi prima di chiudere, perché questo è ciò che ci ha gridato Amalia.
Percorrendo questa strada vi ricordo che ci sono tre argomenti di cronaca nella sua mostra:
Rita Atria, diciotto anni, che aveva collaborato coraggiosamente con la giustizia dopo che suo padre e suo fratello erano stati uccisi dalla mafia, per questo rinnegata persino dalla madre, si uccise gettandosi dall'edificio in cui viveva sotto protezione, subito dopo aver appreso della morte del giudice Borsellino, l'unico di cui si fidava. Rita Atria è morta per colpa di noi italiani che non l'abbiamo mai onorata, morì su un marciapiede. 1992.
Sarr Gaye Sambdon Diouf morì massacrato da quattro ragazzi riminesi per aiutare un fornaio italiano che i malviventi avevano aggredito nel cuore della notte nella sua panetteria, proprio mentre Sarr Gaye entrava nel negozio per comprare delle paste. Mandava i soldi a casa Diouf, aveva moglie e figli, e non era italiano. Era senegalese. Noi siamo rimasti nelle nostre case a guardarli mentre lo massacravano, senza la libertà nemmeno di gridare. Ma forse lui era senegalese. E quell'altro solo un panettiere. Rimini 27 giugno 2001.
Amalia Ciardi Duprè è incredibilmente sensibile ed umile in ogni aspetto della realtà osservata, perciò non si piega a nessuna logica che non sia profondamente sentita nella sua anima: 1976-1983, il governo di Raul Alfonsin uccide migliaia di dissidenti, deporta milioni di persone, e un incredibile numero di giovani scompare nel nulla dell'Argentina dittatoriale.
I Desaparecidos, questi dispersi, ricordano continuamente il dolore creato dai governi che occultano la verità, manipolano il popolo. Portano una nazione alla rovina, anche economica.
E mentre i figli protestano, senza libertà, il vero grido di questa storica mostra di Amalia, è un grido che i potenti, forse troppo uomini, o forse troppo intenti a controllare il proprio popolo, non ascoltano: le madri continuano a piangere!
Lorenzo Lucchetti, scrittore, Treia (Mc)
Intervista a Domenico Fratini - 5 Marzo 2009
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Tra un dipinto e uno spartito del suo studio, a due passi dalla piazza centrale di Treia (Mc), Domenico Fratini mi mostra il suo vanto e la sua vita, lasciandomi capire che non ho a che fare con uno schiavo, ma con un uomo.
Dipinge fin da piccolino Domenico, quando alla fine della guerra c'erano gli alleati, e lui disegnava per terra e quelli gli davano dei soldi, e quando da piccolo disegnava sui muri col carbone, e a volte arrivavano i vigili a casa per farlo smettere. Ma poi fino a 33 anni, fa il sarto e il commerciante, età in cui decide di iscriversi all'accademia di Macerata, 4 anni che lo segnano.
Mi parla del professore Brindisi, un famosissimo pittore Milanese di cui rammenta la frase "ragazzi, io a dipingere ormai non posso insegnarvi più niente, certe cose dovete impararle da soli" quello che intendeva dire è che la pittura è una continua ricerca, non è mai la stessa, ed occorrere sempre molta umiltà per continuare a migliorare, non a caso ama il giudizio della persona semplice che entra nel suo studio, più che dell'esperto.
Mi dice che ha sempre vissuto a Treia, che è scapolo, che lavora senza condizionamenti, che ha una famiglia che lo sostiene, nipoti, sorella e marito, un fratello sacerdote e che vivono tutti con lui. Lo lascio parlare, perché sento che sta per dirmi qualcosa di assai importante per tutti noi.
Ribadisce come fondamentale per la sua formazione culturale l'accademia. Confessa con l'emozione colorata del suo volto, che ama veramente tanto vivere a Treia, "c'è una certa tranquillità qui" ha la vigna, va al campo sportivo a fare allenamento, "e a differenza di tanti altri posti, qui i ragazzi di solito rimangono, non emigrano, sono molto legati alla loro città, magari si spostano in macchina per lavorare nei comuni limitrofi, ma poi ritornano."
Ed è felice. Ha un segreto.
Lancio un'occhiata ai suoi quadri: strumenti musicali, singoli musicisti e bande, (la musica lo mantiene giovane) poi ne osservo altri che raccontano la quotidianità del borgo e dell'autore: anziani, preti di campagna, accaniti giocatori di biliardo, il gioco del pallone col bracciale, particolari e monumenti locali, il tutto con una scelta delle tinte molto spontanea, vedo colori vivi, linee pulite, opere di una limpidezza ed innovatività estrema, si nota la notevole tecnica, la propensione verso il figurativo, ma soprattutto la delicatezza, la sensibilità. Vi è una compostezza estetica, che tramite i suoi quadri risulta dirompente con la forza dei messaggi e la dolcezza con cui li esprime.
Dice che sta preparando una grande opera che aveva promesso a suo fratello, ora morto "una meravigliosa persona, quasi un santo" che gli consigliava "perché non dipingi la Via Crucis?" "ora la sto facendo" mi dice "Questo è il momento giusto" "E come mai proprio ora vuole dipingere la Via Crucis?" gli chiedo, perché so che sta per dirmi ciò che mi preme di sapere.
"Perché ci sono ingiustizie anche oggi, violenza, e la via crucis secondo me parla dell'oggi, farò delle tele molto grandi, ne saranno 14."
"Quindi si interessa anche di attualità?"
"Certamente, è importantissima, ma guardo poco la televisione, perché si impone, e contesto anche il computer, il computer è il mezzo che ci porterà ad una Torre di Babele, ne saremo coinvolti, gli strumenti a fiato (lui li suona tutti) arrivano fino ad un certo acuto, poi l'acuto deve finire, e noi stiamo arrivando a quel limite.
La tv dà consigli di vita che non son belli, e fa di tutto per non farci pensare, ci sono persone che parlano di cantanti, dello sport, 80 quotidiani su 100 sono sportivi.
E la politica non è da meno. Molta gente non ha più bisogno di pensare, si affeziona alla squadra di calcio come al politico, e se sceglie un politico non lo critica, diventa schiava di quello, è faziosa, ci vorrebbe forza di carattere, personalità, per resistere a tutto questo, occorrerebbe averne paura."
"A lei è capitato di aver a che fare con la politica?" gli chiedo allora.
"A volte alcuni politici mi chiedevano di fare delle mostre prima delle elezioni, ma ho scoperto che le commissioni favorivano chi aveva determinate idee politiche. Vede" aggiunge "tutti noi siamo soggetti alla sfiducia, ma l'insuccesso vero è solo quando non si riesce ad ottenere quello che vogliamo da noi stessi, non quando non otteniamo riscontri dagli altri." Mi guardo ancora intorno e infine mi rendo conto dell'incredibile profondità dei suoi dipinti, che ti parlando di identità, di purezza.
"Per piacere al pubblico basta fare un prato o un mazzo di fiori, ma a me questo non interessa" mi mostra un'altra sua opera incredibile composta di musicisti e strumenti "quando dipingi questi strumenti, devi dipingere anche la musica che essi stanno suonando."
Così mi immergo nei suoi quadri, e capisco quanto amore c'è tra quelle tele, quell'uomo che dice "L'arte non muore, anche dopo la nostra morte, e la vita vale la pena viverla, anche nelle difficoltà, la vita ha sempre un valore immenso. E l'uomo... L'uomo non può essere una costruzione venuta a caso, qualcuno l'ha creato, e non è importante essere cattolico, basta credere all'uomo, agli altri." E lo vedo nei suoi cieli, che sembrano stare lì a pesarti sopra, ma in realtà ti stanno semplicemente avvolgendo se ti fermi un istante a pensare, e negli sguardi dei suoi esseri umani, in cui si legge una compassione e una umiltà profonda.
Non c'è un solo quadro nel suo studio che non abbia un significato o un messaggio da mandare, e allora capisco dove si trova l'immensa tecnica di questo artista.
Essa è sì nella grande fattura del quadro, ma soprattutto vive in ciò che sta insieme al quadro: il respiro riposato e lucido, che in maniera cosciente o meno, noi non possiamo fare a meno di percepire.
Mi ha donato un suo dipinto, Domenico, ed io lo tengo nel mio studio, e mi sembra di avere vicino un fratello che mi sta abbracciando, con un amore incondizionato, un'accettazione completa. Una compostezza e una remissività che non temono alcun nemico.
Grazie a Domenico Fratini per essersi fatto conoscere proprio da me, lo considero un onore, così come ringrazio la città di Treia per la meraviglia che la sua unicità continua a donarmi.
di Lorenzo Lucchetti






