UNO PSICOLOGO IN TV... Confessioni di un anal-visionato
UNO PSICOLOGO IN TV... Confessioni di un anal-visionato
Di Lucchetti Andrea e Lorenzo il 10/5/2010
Lo psicologo Corrado Gianfigliazzo, nato l’11 settembre dell’anno 2001, all’età di 9 anni viene chiamato in tv per dare consigli al pubblico in occasione della pubblicazione del suo primo libro, prossimo best seller, quando improvvisamente lo stesso confessa il proprio dolore al mondo, facendoci anche conoscere la sua vera natura:
“…Certo per voi… è senz’altro più lodevole portare a casa il pane per i vostri figli, seguendo quella linea retta chiamata catena della moneta… la quale ricorda paurosamente la catena alimentare…
Ma, a quanto pare, è diventato altrettanto prestigioso esasperare la cura del proprio corpo con schizofrenici attrezzi… ma forse schizofrenici non sono gli attrezzi…
Oppure altri hanno la tendenza ad incivilizzare il divertimento con un’assidua massificazione dell’alcol e delle droghe…
Sì lo so, siete abituati a questi discorsi… e vi hanno anche stufato, perciò ora vi dirò qualcosa che non avete mai udito in TV”.
Vi è stata una pausa, e allora è stata l’arringa del noto psicologo imberbe:
“CI SIAMO PERSI, O FORSE NON CI SIAMO MAI TROVATI…
Ci siamo persi nel momento in cui si è persa la voglia di capire chi, per chi e per quale motivo si fanno le leggi dello stato, mentre si perde più tempo a sistemare il trucco alla nostra bella maschera da individui modello.
Ci siamo persi mentre abbiamo smesso di voler cambiare le cose e di lottare realmente per cambiarle, e mentre ci accontentavamo di indignarci per ciò che non andava…
Come un’orda barbarica lanciata all’attacco NOI non vediamo più che l’apparenza, e crediamo che il nemico sia solo ciò che appare come nemico; crediamo infatti che i nemici siano i politici corrotti, o i benzinai che alzano i prezzi, o i macellai di cui non ci si può fidare, o le veline che si spogliano e che fanno apparire il genere femminile come inetto e superficiale, o al contrario, per i pochi, i poteri forti, quelli oscuri, che dall’alto e realmente ci controllano di nascosto…
Magari è così, o magari dovrei affacciarmi dalla finestra di casa e tirare la ciabatta ultrapesante di mia sorella al cybernetico negoziante di giochi per playstation che vende ad un prezzo improponibile il nuovo gioco dell’anno dal nome seducente ”rincogliolandia” con la seguente scritta in neretto miniaturizzato: ”non è consigliato l’uso a persone attive cerebralmente e così tanto diversamente abili da essere normalmente abili”…
Ma si sa che la verità, se si guarda bene, sulla confezione c’è sempre, però è cancellabile al terzo uso.
…Ed io la ciabatta intanto gliela tirerei…
Ma come dicevamo, NOI crediamo di vedere il nemico, solo che in realtà quello non è il nemico. Ma chi allora?
Se non l’avete ancora fatto, allora provate a pensare a questo: quando andate in edicola e DOVETE scegliere fra la Gazzetta dello Sport e Focus o fra Gossip Girl e “I demoni”, cosa scegliete?
Immagino che molti si staranno chiedendo… quali demoni? Cos’è?… un nuovo film di Bram Stoker?
Chi scegliereste, dunque: I DEMONI DI DOSTOEVSKIJ o la ‘cacca di cane’ che ‘DOVETE’?
Rispondete sinceramente se no il test non funziona… eh!
Sì, sceglieremmo la ‘cacca di cane’: perché è più semplice, è più diretta e ci dà la possibilità di non dover ragionare su di noi, è questo il DOVERE che nessuno sente più come dovere… E poi la ‘cacca di cane’ ci darebbe un nuovo e interessante argomento di cui parlare: gli altri e tutte le stesse cazzate che facciamo noi o che vorremo fare noi in un fantasioso mondo di stronzate ludiche e job identificativo.
Vi propongo di nuovo la domanda - ora so che ci arriverete - , allora, chi è il vero nemico?
Noi, voi, tutti! Niente, o quel DOVETE! Perché ‘niente’ e ‘DOBBIAMO’ noi siamo da sempre, non può che esserci un nemico in un mondo dove il nostro potere, la nostra capacità decisionale, la nostra natura di esseri pensanti è illimitata, quel nemico siamo noi stessi, perché abbiamo scelto di essere il prodotto di un DOVETE che ora sentiamo come un DOBBIAMO. Perciò siamo noi il nemico: noi, voi, tutti… Niente…
Ascoltatemi, ora: ciò che udrete fra poco è di fondamentale importanza:
…Voi, voi che avete figli, voi che siete figli, voi che siete dentro il ‘niente’… Noi e voi… sì, anche NOI ‘DIVERSI’… Tutti abbiamo il dovere di cercare di capire cosa significa ribellarsi contro qualcosa che non ci va, e che siamo in grado di cambiare, non importa chi sia il primo a farlo o chi l’ultimo ma… se noi riusciamo a prendere coscienza della nostra forza, tutto può cambiare.
C’è sempre da ricordare che siamo noi stessi gli ideatori del mondo che ci circonda, quindi basta un soave clic per poter accendere il lume della nostra saggezza, del nostro coraggio, e della nostra singola verità.
Questi poteri forti che ci spiano, ci osservano, ci schematizzano, ci analvisionano… cioè ci prendono per il culo… non si fidano di noi ed hanno ragione.
È una lotta dura, che durerà anni, con noi stessi, un cambiamento difficile ma che dovrà partire da noi; se questo ci pare troppo complicato, se le responsabilità ci sembrano troppe, allora vorrà dire che “Rincogliolandia” è davvero un bel gioco, per grandi e piccini, per pupe, secchioni e analvisionati.
Del resto io sono un Robot e non posso criticarvi, sono il primo esperimento al mondo completamente riuscito di essere umano robotico, e lo dichiaro qui perché la gente sappia a cosa sono arrivati. Tutta la mia generazione è stata costruita su principi tecnologici. Questa amara verità, la psicologia ufficiale non ve la dice. Però io vedo le cose da un altro punto di vista, perciò vi dico questo:
Se ognuno prenderà coscienza di ciò che è la propria energia interna, in breve tempo ci saranno grandi cambiamenti. Conosco la razza umana, e ciò che di più misero ha, è il suo aspetto fisico, la sua idea di mondo, è la sua opinione sulla razza umana. Poiché ogni essere umano ha il potere di un dio.”
Questo racconto non è una favola, è realmente avvenuto uno di questi giorni nella nostra TV.
L’immagine del Robot urlante fece gran scalpore, fu portato via a forza dallo studio e a quanto pare revisionato. Si trattava di un esperimento che - a quanto dissero quelli dell’azienda - fu rimesso tra le mani dei meccanici per essere corretto. Ma a quanto pare è stata una gran fortuna per l’azienda questo scandalo, perché ha rivelato al mondo il potenziale tecnologico delle nuove scoperte. Ci si chiede ancora perché il ROBOT abbia parlato in questo modo della SUA generazione, come se ne avesse una. Naturalmente la sua informazione era falsa. Ci si chiede da dove sia nata.
Qui finisce la storia del RobotiX, la cui anomalia spirituale è stata eliminata, ma è stato potenziato il suo ‘dolore’ lacrimevole. Hanno cominciato a produrlo in serie, e ora è oggetto di culto tra i teen agers. 
Di Lucchetti Andrea e Lorenzo il 10/5/2010
NO AL NUCLEARE - IL VOLANTINO
IL VOLANTINO
NO AL NUCLEARE
26/1/2010; scritto da Andrea Lucchetti
Dopo la tragedia di Chernobyl, nel 1987 con un referendum abbiamo detto NO al nucleare, ora il governo vuole cancellare questa nostra scelta e ha deciso di REINTRODURRE il nucleare.
Significa che l’Italia sarà per almeno altri 50 anni sotto il rischio di radiazioni e di scoppi nucleari; a prescindere da dove le centrali saranno costruite, questo è un problema per tutti noi italiani perché i fumi e le radiazioni invadono cielo e terra, inoltre con il vento arrivano fino a migliaia di chilometri di distanza rendendo l’aria malsana, i terreni delle nostre campagne inquinati e l’acqua non potabile.
Il nucleare ha costi spaventosi: il costo dell’intera operazione dovrebbe aggirarsi intorno ai 20 MILIARDI DI EURO! Ogni centrale necessita di 10 anni per essere costruita e per produrre il nucleare si ha bisogno di un elemento chimico: l’URANIO, il mondo finirà le scorte di uranio entro il 2040 circa e l’Italia non avrà neanche il tempo di guadagnare dall’affare
Oltre alla costruzione degli impianti, si aggiungono:
- i costi per l’estrazione di Uranio dalle miniere in Canada, Australia, Kazakhstan, Nigeria e per raffinarlo;
- i costi energetici per “arricchire” l’uranio e per fabbricare gli elementi di combustibile;
- il costo della manutenzione delle centrali;
- il costo per l’eliminazione delle scorie e dell’Uranio impoverito;
- il costo per lo smantellamento degli impianti e il confinamento definitivo dei detriti radioattivi;
- il costo ulteriore della sicurezza, con ingenti presidi militari e presenza di forze armate.

Ci dicono che il nucleare non inquina ma è una grande bugia.
Se si considera solo il processo in atto in una centrale l’emissione di CO2 è realmente più basso di altri sistemi ma esso è un dato relativo perché in realtà i fattori inquinanti sono molteplici: l’estrazione di uranio che comporta dei costi energetici elevati soprattutto nel momento in cui l’uranio ad alta concentrazione finirà,le scorie, le radiazioni, la distruzione del territorio adibito alle centrali e l’uso massiccio di acqua per raffreddare gli elementi di combustibile.
Lo stato sovvenzionerà l’impresa togliendo soldi a tanti altri ambiti pubblici e in particolare impedirebbe lo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili da vento, sole, acqua e terra, che costano meno e non inquinano.
Ci sono interessi commerciali giganteschi sul nucleare ma riguardano l’industria nucleare e quella delle armi (con l’uranio arricchito si possono costruire le bombe atomiche e con quello impoverito i proiettili che hanno prodotto la cosiddetta “sindrome della guerra del Golfo”).
NON CI SONO VANTAGGI PER NOI CITTADINI.
500.000 MORTI, migliaia di persone e bambini malati di leucemia e tumori nell’est-Europa, una moltitudine di malformazioni e gravi malattie insorte negli anni; il nostro nord d’Italia ha avuto un boom di tumori al colon-retto dal 2000, considerando che tale tumore scaturisce 15 anni dopo l’ingestione del Cesio 137 (uno dei materiali radioattivi fuoriusciti da Chernobyl) pare evidente la connessione con lo scoppio Nucleare.
scritto da Andrea Lucchetti il 26/1/2010
LA SESSUALITA' IN CARCERE
Di Andrea Lucchetti, scritto il 24/10/2009
“Quanto tempo era passato?
Quanti anni erano trascorsi da quando, per l'ultima volta, avevo abbracciato la mia donna per intero?
Intendo dire un abbraccio a figura intera, senza niente che ti divida, come il muretto della sala colloqui, che anche se è alto solo un metro t'impedisce ogni contatto che non sia quello delle mani.
Quel dannato muretto. In ogni carcere in cui ero trasferito era peggio che il Muro di Berlino..."
Detenuto di San Vittore
Ecco qui, in due righe, l’evoluzione del sesso dal ‘900 ad adesso: prima degli anni ’60 il sesso era un argomento tabù, poi c’è stato lo scoppio dell’amore libero e ora ci ritroviamo di fronte al sesso come merce di scambio, un mezzo di produzione come tanti altri, ora la prostituzione mass-mediatica non ci da fastidio, è proprio questo il punto di non ritorno, il momento in cui qualcosa non ci tocca più e non ci fa indignare è segno che la linea di confine fra etica e buon senso è stata sorpassata oltre misura.
Invece nel carcere cos’è il sesso?
Una risposta secca arriva da Giuliana Proietti “chi entra in carcere occorre che lasci fuori tutte le speranze di poter continuare in quel luogo la pratica delle sue abitudini di vita (e quindi anche sessuali) ed il rispetto delle sue regole personali”.
Nella vita reale è qualcosa di più forte di ogni altro istinto primordiale ma in carcere è un concetto quasi astratto, che diventa qualcosa di fantomatico, di mo-struoso, che perde la sua naturalezza, la sua semplicità, tanto da diventare un miscuglio di pulsione e vio-lenza.(…)
Adriano Sofri nel suo articolo uscito sui giornali nel 8 di-cembre 1998 (dopo due anni di detenzione) paragona il carcere ad uno zoo, dove animali grandi e piccoli erano costretti a tenere a bada i loro istinti, dai più naturali come muoversi, aprire le ali, staccarsi da terra, saltare ad andare a cercare cibo quando se ne ha bisogno e fare del sesso con gli altri membri del branco; nei carceri invece l’uomo cosa può fare? Magari rinchiusi in 5 o più in una cella di qualche metro quadrato, sempre pronti ad ogni ordine delle guardie, sempre all’erta a scattare ad ogni passo successivo della lancinante routine giornaliera che sfigura la creatività, li potremmo paragonare a degli animali negli zoo?
Sì, a tutti gli effetti lo sono, in carcere si perde la dimensione giusta della solitudine, viene repressa la voglia di protestare contro un sistema ingiusto, si perde la capacità di piangere per una libertà che è ormai solo un miraggio lontano.
Se ora vi dicessi che l’articolo 8 della Convenzione Euro-pea dei diritti dell’Uomo asserisce che “tutti devono avere il diritto di stabilire relazioni diverse con altre persone, comprese le relazioni sessuali” voi cosa pensate? Che una legge è solo una legge, che sono parole che si dicono tanto per dire, che chi l’ha scritta voleva ingraziarsi qualcuno, o che è la legge più naturale di questo mondo?
Qualunque dubbio abbiate, la risposta giusta è “è la cosa più naturale di questo mondo!”
Abbracciarsi, innamorarsi, fare sesso, vivere, arrabbiarsi, correre, soffrire sono attività pratiche della vita e nessuna legge, nessuna ordinanza, nessuna restrizione deve poter abbattere queste libertà!
Riprendendo la metafora zoologica negli ultimi anni nonostante l’economia che c’è dietro il mercato di animali, c’è chi ha combattuto per fa chiudere degli zoo e a volte ci sono riusciti, ma questo non vale per le carceri, anzi ogni stato moderno sente il bisogno di modernizzarli, di renderli più sicuri in relazioni a possibili fughe, insomma i carceri “sono sempre più in voga”.
Il problema è che il popolo non ha voce in capitolo sul si-stema penitenziario e forse non ne vuole avere perché gli va bene così, tanto ognuno di noi è convinto che ciò che capita ai malvagi a noi non può capitare, quindi perché disperarsi per un sistema che non farà mai parte della nostra vita?
Antropologicamente parlando, la pena corporale è antica quanto il mondo, e perché dovremmo essere proprio noi sovvertire una legge che ormai sembra quasi naturale?
La precedente è una serie di domande a cui non riesco a trovare una soluzione: eminenti filosofi, antropologi, sociologi e politici hanno detto la loro su questo argomento, non vendendone a capo se non in una direzione astratta e metafisica; potrei dilungarmi sulle loro interessantissime teorie ma a noi serve qualcosa di pratico ed è di questo che parlerò ora.
È eticamente giusto e ammissibile, anzi doveroso, che un uomo e una donna in carcere incontrino i loro partner o altre persone con cui poter fare l’amore o costituire una relazione.
Questo è il punto principale da cui partire, ma di fronte a ciò spuntano subito le prime obiezioni: come si può pensare di dare un’ora di libertà sessuale a persone che per giorni o mesi stanno rinchiuse in celle, come potrebbero usufruire di tale “beneficio”?
Posso facilmente difendermi da tale provocazione, la gab-bia corporale è inumana se non in quei casi di eccessiva pericolosità, ma è del tutto fuori da ogni ottica punitiva e riabilitativa nei casi di normale delinquenza.
Molte persone sono dotate di istinti che ondeggiano costantemente fra due fuochi, quello della soddisfazione immediata e quello del condizionamento sociale, così molte quando possono li soddisfano e altre a volte li sublimano, il fatto è che nell’ambiente carcerario sono impossibili entrambe le cose; da ciò deriva la profusione di sessualità, di violenza e di suicidi o tentativi nelle carceri, la repressione coatta è una nuova violenza nella violenza, che peggiora drasticamente le condizioni umane e tende a far si che l’individuo si estremizzi ancora di più dalla cosiddetta normalità, si assenti nel proprio mondo senza riuscire a percepire realmente il motivo di tali soprusi, e per chiudere il cerchio di tale circolo vizioso c’è da ricordare che la stragrande maggioranza degli individui ha un alto tasso di recidività al reato derivante dal non aver interiorizzato a fondo la colpa.
Quindi resta fermo il fatto che la possibilità di una re-lazione sessuale è ovviamente giusta, e con essa il diritto, di detenuti o di persone loro legate, ad avvalersene o no.
Riprendendo le parole di Sofri “la galera è capace di tra-sformare in una scoperta, e in una concessione, tutto ciò che è primario e innegabile, a partire dall’aria che si respira”.
Un’altra obiezione è questa: in una società in cui il sesso è un bene spacciato per droga a basso costo sulla televisione e una realtà ancora discussa nella vita di tutti i giorni, come si può dare tale beneficio di libertà sessuale a gente che ha commesso reati, gente che ha fatto del male, quando è così tanto difficile perfino per molta gente comune convivere con la propria sessualità nella vita quotidiana? Come dire… se non riusciamo noi, come riescono loro?
Obiezione a primo acchito del tutto appropriata ma guar-dando meglio alla ragione sottostante a tale attacco vi tro-viamo un’enorme falla: qua non si tratta di chi deve ricevere di più e chi deve ricevere di meno, non si può fare una graduatoria meritocratica-morale dal più buono al più cattivo, leviamoci di torno questa coltre cattolica di servilismo mentale; bisogna mettersi bene in testa che chi ha commesso reati soffre già dei suoi sensi di colpa, soffre già per una condizione di reclusione che non è riconducibile ad un reato per quanto grave esso sia, smettiamola di punire per rimediare al danno, smettiamola di togliere invece di rattoppare.
Una domanda ancora più semplice: perché non do-vrebbero avere la televisione? Pensiate che faccia parte della punizione il doversi estraniare dal mondo? Perché dovrebbero avere bagni sporchi?
Ricordatevi bene che il girone degli inferi Dantesco era un’allegoria del mondo, non un esempio da seguire e nemmeno una scienza esatta.
Credo e sono fermamente convinto che una soluzione al problema "affettività", intesa in particolare nella sua dimensione sessuale, debba iniziare per forza di cose con una critica storico-culturale. Ripercorrere e rivedere tutta la nostra tradizione e concezione culturale religiosa in materia, ereditata in duemila anni di storia dell’Occidente e che ha accompagnato e influito sul concetto del sesso, del piacere in generale, il piacere visto, vissuto ed analizzato come peccato, male necessario solo per la procreazione e a salvaguardia della specie.
Ora passo al contrattacco, me la prendo con una casta: la Chiesa; preti, suore, cattolici e indottrinati, ditemi dov’è la vostra Chiesa, la vostra carità, il vostro perdono in un sistema carcerario che punisce oltremodo, che non perdona?
Dov’è la vostra religione quando si parla di amore fra uo-mini e donne quando a tali delinquenti viene tolto tale privilegio? E come pretendete di attaccare gli o-mosessuali nella vita reale, se lasciate che il carcere se né impedisca ogni alternativa?
Ciò è semplicemente ipocrita se si sta parlando di un regime totalitario come quello ecclesiastico che riesce a tenere un piede in due staffe senza che nessuno se ne accorga.
La reclusione e la costrizione modificano inspiega-bilmente anche la natura di uomini, che fino a prima della carcerazione (si attesta ufficiosamente che i rapporti omosessuali raggiungono quasi l’80% della intera popolazione carceraria) hanno avuto un comportamento etero.
Una testimonianza di un ex detenuto mi ha colpito molto, un passo della sua intervista comincia così: “l'impossibilità di essere "normali" non fa parte soltanto della vita reclusa. Quando esci, soprattutto se hai passato dentro un po' di anni, ti porti addosso delle profonde ferite psicologiche. Basta pensare soltanto alla mancanza d'intimità: qui puoi essere sorvegliato a vista ventiquattro ore su ventiquattro, in ogni attimo del giorno e della notte. È vero che questo non avviene sempre, però possono controllarti a vista quando vogliono e tu lo sai e ci soffri. Si parla tanto di rieducare i detenuti al lavoro, alla legalità; anche il problema della deprivazione affettiva e sessuale non viene affrontato con una logica rieducativa dopo la scarcerazione(…).
Il problema è che si perde di vista il valore del sesso come strumento di relazione, di condivisione, di scambio emozionale”.
Un’altra difficoltà che introduce è quella della staticità mentale “Su certe cose devi essere per forza conformista e l'impossibilità di fare scelte irrigidisce la tua mente, incanala il tuo pensiero dentro tracciati predefiniti, dove non c'è sviluppo, non c'è espansione, ma piuttosto c'è accelerazione incontrollabile verso idee fisse.
Il carcere produce manie, è un luogo in cui spesso il pensiero va in caduta libera verso ciò che già sappiamo”.
Psicologicamente parlando lo stato di detenzione mo-difica perfino le funzioni cognitive del soggetto e soprattutto la capacità di prendere decisioni, che subisce un forte declino (Cooke, Baldwin, Howison). Cambia poi la percezione della realtà, si rielaborano ad esempio gli eventi che hanno condotto al carcere vivendo la così detta “sindrome di innocenza”, si innescano meccanismi difensivi come la "minimizzazione", la "razionalizzazione" e la "proiezione” (Ferracuti), che hanno lo scopo di permettere la sopravvivenza alle enormi e immediate privazioni subite all’interno del carcere.
Fin dall’antichità togliere la libertà va di pari passo con la penitenza, infatti ciò che si è voluto far sperimentare all’individuo in carcere è uno stato di malessere che avrebbe dovuto servire, nelle intenzioni, da deterrente: una spaventosa minaccia che pende sia su chi è fuori dal carcere (e inibisce pertanto i comportamenti devianti), sia su chi ha la sfortunata opportunità di sperimentare questa vita di privazione e dovrebbe trovare in questa spiacevole esperienza la motivazione a comportarsi in futuro più correttamente, evitando le recidive.
Da interviste raccolte ho trovato un punto che le ac-comuna: tutti ammettono che dopo un primo periodo di assestamento in cui si pensa a tutto meno che al sesso, poi comincia a farsi opprimente il desiderio, questo è il momento in cui è necessario allentare la tensione (accumulata sì nell’apparato genitale, ma anche nella nostra mente) che spesso può sfociare nella violenza.
L’uomo infatti, così come la donna, che tuttavia sembra mostrare più capacità nel sublimare tale tensione, è facile a scoppi improvvisi d’ira, anche per cose che nella vita reale non avrebbero provocato altro che un segno di stizza al massimo; questo è simbolico per dimostrare quanto il carcere sia un luogo di vera punizione che mette a dura prova l’organismo sia sul piano fisico che mentale.
Continuando sui punti in comune delle varie interviste, ci si trova d’accordo su un comune percorso sessuale del carcerato: prima ci si accontenta dell’autoerotismo, poi ci si comincia a desiderare di toccare, accarezzare, perché il sesso si miscela con affetto e contatto, è proprio da qui che cominciai un sottile cambiamento nella psiche dell’individuo; questo cambiamento nell’identità di genere e anche nella scelta del proprio ruolo sessuale “può” provocare delle dissociazioni a livello psichico, che “può” essere alla base di un futuro disturbo psicopatologico.
Per esempio si possono andare ad incrinare precedenti fragilità, rinfocolare traumi, esaltare sensi di colpevolizzazione (magari causati da infamanti giudizi religiosi) e perdere la stima di sé.
"È noto che la fantasia sessuale viene moderata, anzi quasi repressa, dalla regolarità dei rapporti sessuali, e che al contrario diventa sfrenata e dissoluta per la continenza e il disordine dei rapporti".
Friedrich Nietzsche
SOLUZIONI
“L'uomo è nato libero, e dappertutto è in catene”.
Jean Jacques Rousseau
Mi chiedo allora: quale forma di rieducazione è quella che riesce a modificare in peggio la natura dell'essere umano? Cosa c'è di civile in una forma di recupero, di riabilitazione, che istiga inevitabilmente alla violenza sessuale innaturale? Cosa ne rimane della dignità di questi uomini? Uno Stato civile e democratico non condanna alla detenzione con il solo scopo di reprimere, altrimenti non si definirebbe tale. Sarebbe più un lager!
Bene, allora troviamo una soluzione.
Già in Spagna, Olanda, Svezia, Danimarca, Norvegia e Svizzera la soluzione del colloquio intimo in un apposito spazio adibito all’incontro di coppie pre-esistenti così da poter mantenere il legame ben saldo con i proprio familiari.
In Italia non ci smentiamo mai e siamo ancora agli inizi in tale campo, erano state fatte alcune proposte, tra cui una dell’onorevole Corleone ma che fu subitamente abrogata come da copione, si è pensato subito che si parlasse di carceri “a luci rosse”.
La soluzione va cercata in una politica di esecuzione delle pene che privilegi, immediatamente sin dall’inizio dell’esecuzione della condanna: l’uscita dal carcere e l’incontro coi propri cari, e non il distacco e la separazione, cause di infiniti problemi esistenziali, di relazione e interpersonali.
In Svizzera, in particolare nel Cantone Ticino, si è realizzato un sistema di esecuzione di pene diversificato, che favorisce l’affettività sia all’esterno del carcere, sia all’interno (in senso intramurario), per quei casi che per motivi legati alle condizioni del tipo di criminalità non possono essere favoriti quelli extramurari.
Secondo il sistema legislativo Svizzero ogni cantone ha un forte autonomia e quindi anche in questo campo ne ha parecchia.
Laddove si osserva una difficoltà legata alla personalità del detenuto, allora si agevolano altri generi di incontri affettivi, essi sono di 3 tipi:
1) Il "colloquio gastronomico" consiste nella possibilità di poter consumare un pasto in compagnia di familiari ed amici tra le 12.00 e le 14.00. Lo può chiedere il condannato che ha scontato 12 mesi (10 mesi su proposta del Direttore del carcere se il comportamento del de-tenuto è esemplare) o ha superato la metà della pena. Tra un colloquio e un altro devono intercorrere due mesi (Disposizione interna della direzione del carcere, 1996).
2) Il "congedo interno" dà la possibilità al detenuto di trascorrere sei ore coi propri familiari ed amici dalle 10.00 alle 16.00 e di consumare il pranzo in comune in una "casetta" situata al di fuori del perimetro di alta sicurezza, ma all’interno di una recinzione securizzata. Lo può richiedere il condannato che è privato della libertà da 24 mesi (18 mesi su proposta del Direttore del carcere se il comportamento del detenuto è esemplare). Possono parteciparvi tre persone adulte, oltre ai figli. Tra un congedo e l’altro devono intercorrere due mesi. Si può scegliere tra il "colloquio gastronomico" e il "congedo interno". Importante che tra una possibilità e l’altra intercorrano due mesi (Disposizione interna della direzione del carcere, 1996).
3) Il colloquio "Pollicino" si propone di mantenere i rapporti tra la persona privata momentaneamente della libertà e i propri figli. Questi colloqui avvengono la domenica, durante il normale svolgimento delle visite dei famigliari ed amici tra le 09.30 e le 11.30 in una saletta adibita per accogliere i bambini (Disposizione interna della direzione del carcere e del Servizio di patronato penale del Cantone Ticino).
Il Servizio "Pollicino" nato negli anni ‘90 fa capo ad un’associazione privata per la prevenzione e autonomia della prima infanzia ed è finanziato dal Penitenziario cantonale. Gli incontri tra genitori in esecuzione pena e i propri bambini vengono preparati, organizzati e gestiti da due psicologi responsabili del servizio.
Qual è il messaggio principale di queste innovazioni?
Che si deve tendere a far sempre meno uso della carcera-zione e sempre più a pene alternative per causare meno danni possibili sia al condannato sia indirettamente ai familiari.
Un’altra soluzione immediata, come spiega bene Serafino Privitera, potrebbe essere quella di diminuire quanto più possibile, già a livello di legislazione, la distanza tra l’inizio dell’esecuzione della pena e l’ottenimento dei primi congedi che si propongono, quanto prima, di ristabilire i contatti coi propri cari, fuori, lontano dalle mura carcerarie. Il carcere non può creare quell’intimità, spontaneità del momento dell’incontro e dell’intimo, poiché in caso contrario l’intimità si limiterebbe al solo atto meccanico che nulla ha a che vedere con "l’affettività". Gli incontri intramurari devono essere pensati unicamente come "ultima ratio" e per mantenere, coi limiti che ciò comporta, quegli affetti che se non continuati durante la carcerazione causerebbero gravi conseguenze psicofisiche, comportamentali e della personalità.
Per ultima, ma non certo per importanza, aggiungo tale affermazione: se il carcere deve essere idealmente un luogo di “rieducazione, o più realisticamente un luogo dove possa essere conservata la dignità umana, i comportamenti sessuofobici di chi sta fuori dalle sbarre e fa leggi e regolamenti, non sembrano lungimiranti, né utili al reinserimento sociale di questi soggetti; non solo per loro stessi e per il loro diritto di continuare a vivere, una volta scontata la pensa, ma anche per il nostro futuro, o per il futuro delle prossime generazioni.
La libertà è come l'aria: si vive nell'aria;
se l'aria è viziata, si soffre;
se l'aria è insufficiente, si soffoca;
se l'aria manca si muore.
Luigi Sturzo

Di Andrea Lucchetti, scritto il 24/10/2009
La cultura Televisiva sulla Pedofilia e il vero enigma
Considerazioni psicologiche e abbattimento delle credenze.
Del dott. Andrea Lucchetti – scritto per lavalledelvento.net – 20-09-2009

L’effetto che ha la televisione su una mente ignorante è indescrivibile, bombarda il circuito neuronale con una miriade di scosse stereotipate, di fulminei pregiudizi, di frasi fatte e tutto sembra così logico che si adatta alla perfezione alle sinapsi così desiderose di violenza verbale; tutti sanno cosa vuol dire: vedere un drogato, un malato di mente, un barbone o chicchessia che stia male, e sentire quella dolce sensazione che scorre lungo il corpo e che ci fa sentire normali, più normali del solito, se possibile, e con un ghigno da giustiziere etichettare gli altri come anormali, quanto ci fa piacere questa sensazione?
Bene, toglietevela dalla testa!!
Chi sono i pedofili?
A questa domanda la televisione sembra voglia rispondere ogni giorno: sono dei mostri, sono dei malati mentali, dei matti, degli alienati della società, degli errori della natura.
E voi?
Non siete diversi, e se non ne siete convinti non giovatevi della vostra saggezza e bontà perché vi accorgerete prima o poi che non siete diversi, NON SIETE DIVERSI!
Quando il mondo riconoscerà questa verità le cose andranno diversamente: l’invidia si attenuerà, la pietà avrà il sapore del cuscino su cui ci addormenteremo, la presunzione ci svelerà nudi e vuoti e l’egoismo avrà la sua immagine positiva anche sui dizionari.
Sono state classificate varie tipologie di pedofili [per approfondimenti vedi “Ho paura di me”, di Marina Valcarenghi] ma non voglio dilungarmi su argomenti troppo tecnici già ampiamente descritti in altre parti, voglio piuttosto aiutarvi a far capire che i pedofili, o “persone eccezionalmente affezionate ai bambini” come l’etimologia ci suggerisce, non sono affatto dei mostri ma persone che hanno problemi; dei problemi che risultano molto pesanti in una società occidentale come la nostra che da un paio di secoli scarsi (e quando dico due secoli non è un modo di dire, perché in realtà si hanno tantissime prove documentate di come l’amore sessuale verso i bambini ci circondi da sempre, sin dalla nascita della civiltà) ripudia con veemenza ogni abuso sui minori.
Dinamiche interne:
Tecnicamente, un pedofilo non riesce a fermare i propri impulsi primitivi.
Si ritiene, infatti, che sia rimasto ad una fase infantile in cui l’amore verso i bambini è qualcosa di irresistibile, di così vero che non riescono a capire come può un sentimento così forte e sincero essere considerato malsano.
D’altra parte, ce ne sono tanti che sanno che il loro modo di essere è considerato amorale, hanno tremendi sensi di colpa, vergogna, smarrimento, sensazioni di alienazione, non riescono a confidarsi, vivono male la loro sessualità con i potenziali partner adulti, si creano un loro mondo fantastico dove, occasionalmente o eccezionalmente, agiscono tali fantasie.
Ci sono svariate teorie sul problema della nascita della malattia o meglio del sintomo che attanaglia queste persone: c’è chi parla di fissazione a stati infantili o chi vede il nocciolo del problema nel mancato sviluppo cognitivo che non permette così un adeguata visuale delle cose e dei propri sentimenti. Poi, fra le altre teorie, ce n’è una che prediligo ed è quella dei traumi.
Va premesso che non tutti i pedofili hanno subito traumi da piccoli e neanche che ogni persona che abbia subito un trauma diventi poi pedofilo.
Nella grandissima percentuale dei casi, però, il pedofilo ha subito abusi in epoca infantile o ha partecipato visivamente, praticamente e sempre involontariamente, a violenze familiari, o è vissuto in famiglie svuotate di valori, norme e cultura civile.. e la lista dei traumi potrebbe continuare ancora.
Sono persone che, come tutti (solitamente ci si riferisce quasi sempre solo agli uomini visto che sono il 95% dei pedofili denunciati), hanno fantasie, sogni.. ma sono fantasie e sogni diversi dai nostri, che abbiamo avuto la fortuna di avere avuto famiglie che ci hanno insegnato i valori del vivere quotidiano nella società e che ci hanno aiutato a costruire una muraglia intorno al fine di riuscire ad inibire gli stinti più primitivi e a sublimarli con azioni accettate dalla morale pubblica.
Io mi sento fortunato e dovreste sentirvici anche voi. Provate ad immaginare di essere nati in un ameno villaggio di campagna dove la morale la si auto-costruisce solo all’interno della famiglia (senza contatti con la società che, in questo, è vista come normalizzatrice), dove il padre è ancora il padre-padrone e la madre è schiava mentale del marito. Se in più non siete stati dotati di forze necessarie per reagire, vi assicuro che non sareste così sicuri della vostra “normalità”.
Quindi mettetevi una mano sul cuore: ringraziate la “fortuna” (ma so che Lorenzo Lucchetti vi darebbe una definizione ben più energetica della fortuna) e abbracciate chi vi ha aiutato a diventare quel che siete!
Prospettive umane e terapeutiche:
Con questo, non voglio giustificare i pedofili. Io per primo rabbrividisco al pensiero di alcune immagini e tremo al pensare come sarà la vita di quel povero bambino/a…
Sto, però, cercando di far prendere coscienza che i pedofili meritano di essere curati come tante altre persone afflitte da disturbi, né più né meno.
Il pedofilo non ha bisogno di cure eccezionali, piuttosto ha bisogno di diventare così forte da sopravvivere ai pregiudizi della società.
E una terapia è essenziale poiché questo, in particolare, è un tipo di disturbo ad altro grado di recidività; come tale (non voglio allarmare nessuno ma rendervi coscienti) anche vent’anni di carcere per un pedofilo non serviranno a rieducarlo, perché il problema di fondo non si cura da solo, non se ne va con il passare del tempo.
Queste persone hanno bisogno, con la terapia, di andare a fondo ai loro problemi, di regredire fino all’infanzia, ricostruire una barriera inibitoria, creare una rappresentazione inconscia di ciò che è moralmente giusto e non giusto nella società in cui vivono. Devono arrivare a sciogliere il bandolo della matassa per giungere, in ultimo, ad eliminare il sintomo: la manifestazione agìta dell’eccitazione sessuale rivolta ai bambini.
Come poter agire con queste persone?
Ricordarsi che sono persone come tutti, talvolta hanno addirittura delle qualità maggiori, come sensibilità ed empatia. Soprattutto, non bisogna dimenticarsi che oltre ad essere caratterizzati per il loro spregevole sintomo, sono persone con sentimenti, bisogni, necessità, talenti, relazioni che non possono essere subordinate al loro disturbo.
Il punto di partenza della riabilitazione DEVE quindi essere tutto ciò che c’è di sano in loro, al fine di far loro scoprire un nuovo Sé, che non si senta e non debba essere alienato.
Come affrontare questo articolo:
Da una parte vorrei non allarmare nessuno, ma dall’altra vorrei sconvolgere le persone che leggeranno questo breve articolo, affinché gli orrori mediatici non si diffondano ancora di più! Mettere dei paletti all’idea che le cose brutte sono sempre fuori di noi!
Basta con questa faciloneria; basta con la certezza che la malattia mentale sia un problema per pochi reietti della società, è ipocrisia.
C’è chi dice che la malattia mentale è solo un’invenzione per farci stare più tranquilli. Non so se questa idea meriti dei sostenitori ma, senza dubbio, sapere che noi siamo “normali” non può bastare per avere il diritto di fiondarci con le nostre spade inquisitrici sulle vite di chi è in difficoltà.
Di Andrea Lucchetti

Il viaggiatore perduto � Viaggio e Cura del sentire umano.
05.04.2009 dott. A.Lucchetti
VEDI LA PAGINA DI A. LUCCHETTI

“Vi siete mai persi?” Badate bene, intendo “persi” nel senso di esservi messi in gioco, e non solo voi ma tutto ciò che vi circonda, esservi messi in ballo del tutto.
Sembrerebbe facile, ma c’è qualcosa di così sottile e così intoccabile nella parola ”perdersi”, da far venire i brividi.
Non banalizziamo questo concetto, è un vocabolo dall’estensione infinita, irraggiungibile, che tuttavia porta con sé una sorta di speranza motivata, di eccitazione claustrofobica.
E’ una fortuna che hanno in pochi, c’è chi raggiunge questo limbo fra attimo presente e presente storico, e a quel punto ne scaturiscono costruzioni inimmaginabili prima d’allora; faccio due esempi (il primo è più una deformazione professionale benché io non sopporti il personaggio in sé: Freud), esempi che servono a far capire che si tratta di un continuum dello stato interiore, dove da una parte c’è l’azione ed il pensiero automatico di chi è ”immobile”, e dall’altro c’è l’impensabile, l’eterno discutibile e lo stupore.
Come dicevo, il primo esempio è l’uomo Freud, il quale si era davvero perso in un nuovo mondo da lui creato. Lasciate stare che fosse un pazzo nevrotico, perché comunque lui questo mondo l’aveva veramente amato, rincorso, e se ne era appropriato; Il secondo è David Icke. Grazie a mio fratello mi sto appassionando ad Icke, pur se di tutt’altra tempistica questo scrittore, e se pur spinto da chissà quali motivazioni individuali, si è perso in qualcosa che non lo lascia fermo sulla terra, i suoi testi presuppongono un’idea di base: “c’è tutt’altro che quiete all’interno di noi, c’è tutt’altro che stabilità nel nostro istinto”.
Tutta questa introduzione esitava a parlarvi del motivo per cui ho scritto questo articolo, qualcosa di molto più terreno se riferito all’immaginario comune: negli ultimi anni un po’ per forza di volontà, un po’ per fortuna, sono riuscito a compiere dei lunghi viaggi nel Centro America.
Ci vogliono alcuni giorni per dimenticarsi della vita quotidiana e di tutte le sue abitudini, questo è senz’altro il primo passo per potersi godere davvero posti simili. Non ero partito con chissà quali prospettive, anzi, avevo cercato di regredire ad una tabula rasa per non farmi condizionare da niente; ammetto che non è così facile nella pratica delle cose, ma pian piano tale libertà interiore produce i suoi frutti.
A prescindere dal paese che visitassi (Messico, Guatemala, Honduras e Belize) ho visto tutto con occhi nuovi, ho appreso con mentalità nuova: il mio apprendimento non era più basato sulla paura di sbagliare e sulla scelta della situazione meno difficile (non vorrei generalizzare, ma intendiamoci…), ma su qualcosa che è “più olimpico, più supremo”… bè, proprio come se fossi una tabula rasa, capace di assorbire anche l’immaginario, l’irreale.
In quei momenti mi sono perso, mi sono davvero perso, ho intrapreso tale continuum molto lentamente, così lentamente che forse tornandomene a casa ho perso lievemente qualche frutto, ma intanto ho sentito, udito, visto e toccato la mia mente mentre girovagava in una dimensione che non aveva cancelli, divieti, consigli, latitudini, cultura.
La cosa che più mi è rimasta addosso è stata l’accresciuta dote di cambiare idea, di ammettere di sbagliare. Ovviamente so di parlare di qualcosa di estremamente soggettivo, ma ora ritornano alla mente i versi di una vecchia song che ha composto la mia giovinezza. Se non sbaglio essa cantava con grande enfasi “Si può vincere una guerra in due, ma e’ piu’ difficile cambiare un’idea”
Cambiare idea… Cambiare idea destabilizza, dare ragione a qualcun altro ci battezza deboli, presunti secondi: cacchiate! Ora preferisco lasciarmi corrompere da tutto ciò che mi circonda piuttosto che lasciare che la mia mente assomigli ad una sfera infuocata: un groviglio di pensieri, preconcetti e stereotipi che formano la parte centrale, il nucleo, e la parte più esterna della sfera, quella teoricamente modificabile, ma così legata al nucleo che assomiglia più ad una miriade di micro fiamme che bruciano, analizzano e degenerano fino ai minimi termini ogni possibile influenza esterna.
Vorrei piuttosto che assomigliasse ad una steppa siberiana, che il suo terreno rimanesse stabile negli anni come la personalità ed il temperamento, ma ci fossero mesi di neve e di ghiacci che poi si sciogliessero.
L’anno dopo troveremmo lo stesso processo, vedremmo tutto mutare continuamente ma senza mai perder di vista il fatto che la distesa sottostante c’è sempre; la terra è incrollabile ma lascia permeare l’acqua, ne fa propri gli elementi essenziali, per poi farsi ammantare da una forza estrema: il ghiaccio; infine la roulette ricomincia, ripete il giro, dopo che il terreno ha digerito tutto quel ghiaccio, ne fa riemergere una distesa sempre più verdeggiante.
Leggendo vi domanderete “Che cosa può dunque produrre un viaggio! Una follia?”
I miei viaggi sono stati, e questo è quanto, tantissimo altro, ma ho voluto lasciare questa mia impronta originale, per non farvi mai dimenticare che c’è un altro mondo oltre le nostre idee.
Se possibile presto aumenterò il volume delle foto su questa lavalledelvento.net, perché questo viaggio ha contato nel “viaggio”, come vi ho fatto ben capire, per tutt’altri motivi che i limpidi salti nel vuoto di un viaggiatore nel mondo.






