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LA SESSUALITA' IN CARCERE

Di Andrea Lucchetti, scritto il 24/10/2009
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“Quanto tempo era passato?
Quanti anni erano trascorsi da quando, per l'ultima volta, avevo abbracciato la mia donna per intero?
Intendo dire un abbraccio a figura intera, senza niente che ti divida, come il muretto della sala colloqui, che anche se è alto solo un metro t'impedisce ogni contatto che non sia quello delle mani.
Quel dannato muretto. In ogni carcere in cui ero trasferito era peggio che il Muro di Berlino..."
Detenuto di San Vittore


Ecco qui, in due righe, l’evoluzione del sesso dal ‘900 ad adesso: prima degli anni ’60 il sesso era un argomento tabù, poi c’è stato lo scoppio dell’amore libero e ora ci ritroviamo di fronte al sesso come merce di scambio, un mezzo di produzione come tanti altri, ora la prostituzione mass-mediatica non ci da fastidio, è proprio questo il punto di non ritorno, il momento in cui qualcosa non ci tocca più e non ci fa indignare è segno che la linea di confine fra etica e buon senso è stata sorpassata oltre misura.


Invece nel carcere cos’è il sesso?
Una risposta secca arriva da Giuliana Proietti “chi entra in carcere occorre che lasci fuori tutte le speranze di poter continuare in quel luogo la pratica delle sue abitudini di vita (e quindi anche sessuali) ed il rispetto delle sue regole personali”.
Nella vita reale è qualcosa di più forte di ogni altro istinto primordiale ma in carcere è un concetto quasi astratto, che diventa qualcosa di fantomatico, di mo-struoso, che perde la sua naturalezza, la sua semplicità, tanto da diventare un miscuglio di pulsione e vio-lenza.(…)
Adriano Sofri nel suo articolo uscito sui giornali nel 8 di-cembre 1998 (dopo due anni di detenzione) paragona il carcere ad uno zoo, dove animali grandi e piccoli erano costretti a tenere a bada i loro istinti, dai più naturali come muoversi, aprire le ali, staccarsi da terra, saltare ad andare a cercare cibo quando se ne ha bisogno e fare del sesso con gli altri membri del branco; nei carceri invece l’uomo cosa può fare? Magari rinchiusi in 5 o più in una cella di qualche metro quadrato, sempre pronti ad ogni ordine delle guardie, sempre all’erta a scattare ad ogni passo successivo della lancinante routine giornaliera che sfigura la creatività, li potremmo paragonare a degli animali negli zoo?
Sì, a tutti gli effetti lo sono, in carcere si perde la dimensione giusta della solitudine, viene repressa la voglia di protestare contro un sistema ingiusto, si perde la capacità di piangere per una libertà che è ormai solo un miraggio lontano.
Se ora vi dicessi che l’articolo 8 della Convenzione Euro-pea dei diritti dell’Uomo asserisce che “tutti devono avere il diritto di stabilire relazioni diverse con altre persone, comprese le relazioni sessuali” voi cosa pensate? Che una legge è solo una legge, che sono parole che si dicono tanto per dire, che chi l’ha scritta voleva ingraziarsi qualcuno, o che è la legge più naturale di questo mondo?
Qualunque dubbio abbiate, la risposta giusta è “è la cosa più naturale di questo mondo!”
Abbracciarsi, innamorarsi, fare sesso, vivere, arrabbiarsi, correre, soffrire sono attività pratiche della vita e nessuna legge, nessuna ordinanza, nessuna restrizione deve poter abbattere queste libertà!
Riprendendo la metafora zoologica negli ultimi anni nonostante l’economia che c’è dietro il mercato di animali, c’è chi ha combattuto per fa chiudere degli zoo e a volte ci sono riusciti, ma questo non vale per le carceri, anzi ogni stato moderno sente il bisogno di modernizzarli, di renderli più sicuri in relazioni a possibili fughe, insomma i carceri “sono sempre più in voga”.
Il problema è che il popolo non ha voce in capitolo sul si-stema penitenziario e forse non ne vuole avere perché gli va bene così, tanto ognuno di noi è convinto che ciò che capita ai malvagi a noi non può capitare, quindi perché disperarsi per un sistema che non farà mai parte della nostra vita?
Antropologicamente parlando, la pena corporale è antica quanto il mondo, e perché dovremmo essere proprio noi sovvertire una legge che ormai sembra quasi naturale?
La precedente è una serie di domande a cui non riesco a trovare una soluzione: eminenti filosofi, antropologi, sociologi e politici hanno detto la loro su questo argomento, non vendendone a capo se non in una direzione astratta e metafisica; potrei dilungarmi sulle loro interessantissime teorie ma a noi serve qualcosa di pratico ed è di questo che parlerò ora.
È eticamente giusto e ammissibile, anzi doveroso, che un uomo e una donna in carcere incontrino i loro partner o altre persone con cui poter fare l’amore o costituire una relazione.
Questo è il punto principale da cui partire, ma di fronte a ciò spuntano subito le prime obiezioni: come si può pensare di dare un’ora di libertà sessuale a persone che per giorni o mesi stanno rinchiuse in celle, come potrebbero usufruire di tale “beneficio”?
Posso facilmente difendermi da tale provocazione, la gab-bia corporale è inumana se non in quei casi di eccessiva pericolosità, ma è del tutto fuori da ogni ottica punitiva e riabilitativa nei casi di normale delinquenza.
Molte persone sono dotate di istinti che ondeggiano costantemente fra due fuochi, quello della soddisfazione immediata e quello del condizionamento sociale, così molte quando possono li soddisfano e altre a volte li sublimano, il fatto è che nell’ambiente carcerario sono impossibili entrambe le cose; da ciò deriva la profusione di sessualità, di violenza e di suicidi o tentativi nelle carceri, la repressione coatta è una nuova violenza nella violenza, che peggiora drasticamente le condizioni umane e tende a far si che l’individuo si estremizzi ancora di più dalla cosiddetta normalità, si assenti nel proprio mondo senza riuscire a percepire realmente il motivo di tali soprusi, e per chiudere il cerchio di tale circolo vizioso c’è da ricordare che la stragrande maggioranza degli individui ha un alto tasso di recidività al reato derivante dal non aver interiorizzato a fondo la colpa.
Quindi resta fermo il fatto che la possibilità di una re-lazione sessuale è ovviamente giusta, e con essa il diritto, di detenuti o di persone loro legate, ad avvalersene o no.
Riprendendo le parole di Sofri “la galera è capace di tra-sformare in una scoperta, e in una concessione, tutto ciò che è primario e innegabile, a partire dall’aria che si respira”.
Un’altra obiezione è questa: in una società in cui il sesso è un bene spacciato per droga a basso costo sulla televisione e una realtà ancora discussa nella vita di tutti i giorni, come si può dare tale beneficio di libertà sessuale a gente che ha commesso reati, gente che ha fatto del male, quando è così tanto difficile perfino per molta gente comune convivere con la propria sessualità nella vita quotidiana? Come dire… se non riusciamo noi, come riescono loro?
Obiezione a primo acchito del tutto appropriata ma guar-dando meglio alla ragione sottostante a tale attacco vi tro-viamo un’enorme falla: qua non si tratta di chi deve ricevere di più e chi deve ricevere di meno, non si può fare una graduatoria meritocratica-morale dal più buono al più cattivo, leviamoci di torno questa coltre cattolica di servilismo mentale; bisogna mettersi bene in testa che chi ha commesso reati soffre già dei suoi sensi di colpa, soffre già per una condizione di reclusione che non è riconducibile ad un reato per quanto grave esso sia, smettiamola di punire per rimediare al danno, smettiamola di togliere invece di rattoppare.
Una domanda ancora più semplice: perché non do-vrebbero avere la televisione? Pensiate che faccia parte della punizione il doversi estraniare dal mondo? Perché dovrebbero avere bagni sporchi?
Ricordatevi bene che il girone degli inferi Dantesco era un’allegoria del mondo, non un esempio da seguire e nemmeno una scienza esatta.
Credo e sono fermamente convinto che una soluzione al problema "affettività", intesa in particolare nella sua dimensione sessuale, debba iniziare per forza di cose con una critica storico-culturale. Ripercorrere e rivedere tutta la nostra tradizione e concezione culturale religiosa in materia, ereditata in duemila anni di storia dell’Occidente e che ha accompagnato e influito sul concetto del sesso, del piacere in generale, il piacere visto, vissuto ed analizzato come peccato, male necessario solo per la procreazione e a salvaguardia della specie.
Ora passo al contrattacco, me la prendo con una casta: la Chiesa; preti, suore, cattolici e indottrinati, ditemi dov’è la vostra Chiesa, la vostra carità, il vostro perdono in un sistema carcerario che punisce oltremodo, che non perdona?
Dov’è la vostra religione quando si parla di amore fra uo-mini e donne quando a tali delinquenti viene tolto tale privilegio? E come pretendete di attaccare gli o-mosessuali nella vita reale, se lasciate che il carcere se né impedisca ogni alternativa?
Ciò è semplicemente ipocrita se si sta parlando di un regime totalitario come quello ecclesiastico che riesce a tenere un piede in due staffe senza che nessuno se ne accorga.
La reclusione e la costrizione modificano inspiega-bilmente anche la natura di uomini, che fino a prima della carcerazione (si attesta ufficiosamente che i rapporti omosessuali raggiungono quasi l’80% della intera popolazione carceraria) hanno avuto un comportamento etero.
Una testimonianza di un ex detenuto mi ha colpito molto, un passo della sua intervista comincia così: “l'impossibilità di essere "normali" non fa parte soltanto della vita reclusa. Quando esci, soprattutto se hai passato dentro un po' di anni, ti porti addosso delle profonde ferite psicologiche. Basta pensare soltanto alla mancanza d'intimità: qui puoi essere sorvegliato a vista ventiquattro ore su ventiquattro, in ogni attimo del giorno e della notte. È vero che questo non avviene sempre, però possono controllarti a vista quando vogliono e tu lo sai e ci soffri. Si parla tanto di rieducare i detenuti al lavoro, alla legalità; anche il problema della deprivazione affettiva e sessuale non viene affrontato con una logica rieducativa dopo la scarcerazione(…).
Il problema è che si perde di vista il valore del sesso come strumento di relazione, di condivisione, di scambio emozionale”.
Un’altra difficoltà che introduce è quella della staticità mentale “Su certe cose devi essere per forza conformista e l'impossibilità di fare scelte irrigidisce la tua mente, incanala il tuo pensiero dentro tracciati predefiniti, dove non c'è sviluppo, non c'è espansione, ma piuttosto c'è accelerazione incontrollabile verso idee fisse.
Il carcere produce manie, è un luogo in cui spesso il pensiero va in caduta libera verso ciò che già sappiamo”.12monkeys_l_400
Psicologicamente parlando lo stato di detenzione mo-difica perfino le funzioni cognitive del soggetto e soprattutto la capacità di prendere decisioni, che subisce un forte declino (Cooke, Baldwin, Howison). Cambia poi la percezione della realtà, si rielaborano ad esempio gli eventi che hanno condotto al carcere vivendo la così detta “sindrome di innocenza”, si innescano meccanismi difensivi come la  "minimizzazione", la "razionalizzazione" e la "proiezione” (Ferracuti), che hanno lo scopo di permettere la sopravvivenza alle enormi e immediate privazioni subite all’interno del carcere.
Fin dall’antichità togliere la libertà va di pari passo con la penitenza, infatti ciò che si è voluto far sperimentare all’individuo in carcere è uno stato di malessere che avrebbe dovuto servire, nelle intenzioni, da deterrente: una spaventosa minaccia che pende sia su chi è fuori dal carcere (e inibisce pertanto i comportamenti devianti), sia su chi ha la sfortunata opportunità di sperimentare questa vita di privazione e dovrebbe trovare in questa spiacevole esperienza la motivazione a comportarsi in futuro più correttamente, evitando le recidive.
Da interviste raccolte ho trovato un punto che le ac-comuna: tutti ammettono che dopo un primo periodo di assestamento in cui si pensa a tutto meno che al sesso, poi comincia a farsi opprimente il desiderio, questo è il momento in cui è necessario allentare la tensione (accumulata sì nell’apparato genitale, ma anche nella nostra mente) che spesso può sfociare nella violenza.
L’uomo infatti, così come la donna, che tuttavia sembra mostrare più capacità nel sublimare tale tensione, è facile a scoppi improvvisi d’ira, anche per cose che nella vita reale non avrebbero provocato altro che un segno di stizza al massimo; questo è simbolico per dimostrare quanto il carcere sia un luogo di vera punizione che mette a dura prova l’organismo sia sul piano fisico che mentale.
Continuando sui punti in comune delle varie interviste, ci si trova d’accordo su un comune percorso sessuale del carcerato: prima ci si accontenta dell’autoerotismo, poi ci si comincia a desiderare di toccare, accarezzare, perché il sesso si miscela con affetto e contatto, è proprio da qui che cominciai un sottile cambiamento nella psiche dell’individuo; questo cambiamento nell’identità di genere e anche nella scelta del proprio ruolo sessuale “può” provocare delle dissociazioni a livello psichico, che “può” essere alla base di un futuro disturbo psicopatologico.
Per esempio si possono andare ad incrinare precedenti fragilità, rinfocolare traumi, esaltare sensi di colpevolizzazione (magari causati da infamanti giudizi religiosi) e perdere la stima di sé.

"È noto che la fantasia sessuale viene moderata, anzi quasi repressa, dalla regolarità dei rapporti sessuali, e che al contrario diventa sfrenata e dissoluta per la continenza e il disordine dei rapporti".
Friedrich Nietzsche



SOLUZIONI

“L'uomo è nato libero, e dappertutto è in catene”.
Jean Jacques Rousseau


Mi chiedo allora: quale forma di rieducazione è quella che riesce a modificare in peggio la natura dell'essere umano? Cosa c'è di civile in una forma di recupero, di riabilitazione, che istiga inevitabilmente alla violenza sessuale innaturale? Cosa ne rimane della dignità di questi uomini? Uno Stato civile e democratico non condanna alla detenzione con il solo scopo di reprimere, altrimenti non si definirebbe tale. Sarebbe più un lager!
Bene, allora troviamo una soluzione.
Già in Spagna, Olanda, Svezia, Danimarca, Norvegia e Svizzera la soluzione del colloquio intimo in un apposito spazio adibito all’incontro di coppie pre-esistenti così da poter mantenere il legame ben saldo con i proprio familiari.
In Italia non ci smentiamo mai e siamo ancora agli inizi in tale campo, erano state fatte alcune proposte, tra cui una dell’onorevole Corleone ma che fu subitamente abrogata come da copione, si è pensato subito che si parlasse di carceri “a luci rosse”.
La soluzione va cercata in una politica di esecuzione delle pene che privilegi, immediatamente sin dall’inizio dell’esecuzione della condanna: l’uscita dal carcere e l’incontro coi propri cari, e non il distacco e la separazione, cause di infiniti problemi esistenziali, di relazione e interpersonali.
In Svizzera, in particolare nel Cantone Ticino, si è realizzato un sistema di esecuzione di pene diversificato, che favorisce l’affettività sia all’esterno del carcere, sia all’interno (in senso intramurario), per quei casi che per motivi legati alle condizioni del tipo di criminalità non possono essere favoriti quelli extramurari.
Secondo il sistema legislativo Svizzero ogni cantone ha un forte autonomia e quindi anche in questo campo ne ha parecchia.
Laddove si osserva una difficoltà legata alla personalità del detenuto, allora si agevolano altri generi di incontri affettivi, essi sono di 3 tipi:
1) Il "colloquio gastronomico" consiste nella possibilità di poter consumare un pasto in compagnia di familiari ed amici tra le 12.00 e le 14.00. Lo può chiedere il condannato che ha scontato 12 mesi (10 mesi su proposta del Direttore del carcere se il comportamento del de-tenuto è esemplare) o ha superato la metà della pena. Tra un colloquio e un altro devono intercorrere due mesi (Disposizione interna della direzione del carcere, 1996).
2) Il "congedo interno" dà la possibilità al detenuto di trascorrere sei ore coi propri familiari ed amici dalle 10.00 alle 16.00 e di consumare il pranzo in comune in una "casetta" situata al di fuori del perimetro di alta sicurezza, ma all’interno di una recinzione securizzata. Lo può richiedere il condannato che è privato della libertà da 24 mesi (18 mesi su proposta del Direttore del carcere se il comportamento del detenuto è esemplare). Possono parteciparvi tre persone adulte, oltre ai figli. Tra un congedo e l’altro devono intercorrere due mesi. Si può scegliere tra il "colloquio gastronomico" e il "congedo interno". Importante che tra una possibilità e l’altra intercorrano due mesi (Disposizione interna della direzione del carcere, 1996).
3) Il colloquio "Pollicino" si propone di mantenere i rapporti tra la persona privata momentaneamente della libertà e i propri figli. Questi colloqui avvengono la domenica, durante il normale svolgimento delle visite dei famigliari ed amici tra le 09.30 e le 11.30 in una saletta adibita per accogliere i bambini (Disposizione interna della direzione del carcere e del Servizio di patronato penale del Cantone Ticino).
Il Servizio "Pollicino" nato negli anni ‘90 fa capo ad un’associazione privata per la prevenzione e autonomia della prima infanzia ed è finanziato dal Penitenziario cantonale. Gli incontri tra genitori in esecuzione pena e i propri bambini vengono preparati, organizzati e gestiti da due psicologi responsabili del servizio.


Qual è il messaggio principale di queste innovazioni?
Che si deve tendere a far sempre meno uso della carcera-zione e sempre più a pene alternative per causare meno danni possibili sia al condannato sia indirettamente ai familiari.
Un’altra soluzione immediata, come spiega bene Serafino Privitera, potrebbe essere quella di diminuire quanto più possibile, già a livello di legislazione, la distanza tra l’inizio dell’esecuzione della pena e l’ottenimento dei primi congedi che si propongono, quanto prima, di ristabilire i contatti coi propri cari, fuori, lontano dalle mura carcerarie. Il carcere non può creare quell’intimità, spontaneità del momento dell’incontro e dell’intimo, poiché in caso contrario l’intimità si limiterebbe al solo atto meccanico che nulla ha a che vedere con "l’affettività". Gli incontri intramurari devono essere pensati unicamente come "ultima ratio" e per mantenere, coi limiti che ciò comporta, quegli affetti che se non continuati durante la carcerazione causerebbero gravi conseguenze psicofisiche, comportamentali e della personalità.

Per ultima, ma non certo per importanza, aggiungo tale affermazione: se il carcere deve essere idealmente un luogo di “rieducazione, o più realisticamente un luogo dove possa essere conservata la dignità umana, i comportamenti sessuofobici di chi sta fuori dalle sbarre e fa leggi e regolamenti, non sembrano lungimiranti, né utili al reinserimento sociale di questi soggetti; non solo per loro stessi e per il loro diritto di continuare a vivere, una volta scontata la pensa, ma anche per il nostro futuro, o per il futuro delle prossime generazioni.

La libertà è come l'aria: si vive nell'aria;
se l'aria è viziata, si soffre;
se l'aria è insufficiente, si soffoca;
se l'aria manca si muore.
Luigi Sturzo

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Di Andrea Lucchetti, scritto il 24/10/2009
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