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FAMIGLIA FALLITA E BAMBINO PERDENTE: MIKE TEAVEE IN ‘LA FABBRICA DI CIOCCOLATO’

FAMIGLIA FALLITA E BAMBINO PERDENTE:  MIKE TEAVEE IN ‘LA FABBRICA DI CIOCCOLATO’
Di Isabella C., estratto dalla tesi di laurea "Bambini e Tv: un rapporto difficile" charlieandthechocolatefactory9_714
Mentre leggevo [per la mia tesi in psicologia] l’articolo di Popper ho subito pensato al personaggio di Mike Teavee in La fabbrica di cioccolato. […]
Popper scrive: “Nel rapporto tra bambini e televisione noi ci troviamo di fronte a un problema evolutivo: i bambini vengono a questo mondo strutturati per un compito, quello di adattarsi al loro ambiente”. Poi egli stesso sostiene che la tv distorce la realtà, e quindi come può il bambino adattarsi al proprio ambiente?
È proprio ciò che  succede a questo personaggio, Mike Teavee (protagonista di La fabbrica di cioccolato - Charlie and the Chocolate Factory - U.S.A, 2005, regia di Tim Burton) è il prototipo del ragazzo abbandonato ai videogames e alla Tv, un prodotto di Superquark, dei Power Rangers e della Playstation. Mike si diverte solo se può spaccare tutto, le sue reazioni sono violente, tanto quanto le sue passioni. Può essere considerato un figlio più vecchio del proprio padre.
Per arrivare a descrivere meglio il personaggio, partiamo dall’analisi dei simboli inseriti nel film, cominciando dal titolo: “Il cioccolato è metafora potente di dolcezza, bontà, calore, allegria, condivisione, dono. Il cioccolato ci restituisce immediatamente il significato della Bontà che scorre a fiumi, morbida, avvolgente, profumata. E’ il respiro stesso della famiglia, il sentimento che la anima (o che dovrebbe animarla) e la muove.  E proprio la famiglia dovrebbe essere il luogo in cui il cioccolato (il Bene) viene prodotto. E’ la famiglia la vera fabbrica di cioccolato. Se l’amore alimenta la famiglia, la famiglia produce amore e viceversa, in un circolo straordinariamente virtuoso. E’ questa la fabbrica popolata da uomini, la prima fabbrica Wonka, in cui gli operai (i membri della famiglia) lavorano insieme per creare il cioccolato. A questa icona, però, si affianca la fabbrica automatizzata, tetra e isolata. La bontà è divenuta meccanica. La famiglia si è trasformata nello stereotipo di se stessa” (G. Guzzetti,  La fabbrica di cioccolato, in  www.bombacarta.com , 2007). È proprio  nella fabbrica automatizzata che vengono inseriti  cinque diversi bambini, tra cui Mike Teavee e ciascuno di essi è il simbolo di un fallimento genitoriale (tranne il vincitore, se vogliamo chiamarlo così), ogni famiglia ha creato un’icona negativa di ciò che dovrebbe essere. E “La fabbrica di cioccolato”, la vera fabbrica dove tutti insieme, genitori e figli, creano il cioccolato, sarà proprio di colui che non ha niente, ma solo l’affetto della famiglia.
Sarà lui a vincere il concorso, a vincere “la fabbrica”, una fabbrica che aveva già vinto, come gli farà notare Wonka dicendogli “sapevo che avresti vinto”.
Ritornando a Mike: egli è uno dei cinque bambini che entrano nella fabbrica, uno delle icone negative create da un fallimento genitoriale, quello che più si avvicina a ciò che Popper sostiene, Mike è  un piccolo “genio”,  basti pensare al modo in cui riesce a trovare il biglietto fortunato, un bambino divoratore di nozioni, nozioni che lo hanno allontanato dalla fanciullezza; “ i bambini hanno bisogno di cioccolato, hanno bisogno di sogni” (G. Guzzetti,  La fabbrica di cioccolato, in  www.bombacarta.com , 2007). Il modo in cui trova il biglietto fortunato è un esempio di come Mike non abbia sogni o desideri, ma sa già come procurarsi il biglietto senza desideralo veramente, in fondo  lui “odia il cioccolato”.
Popper, nel suo articolo, sostiene che “La televisione produce violenza e la porta in case dove altrimenti violenza non ci sarebbe” e ricollegandoci a Mike Taevee, questo è vero: i genitori sono due persone semplici, non violente, mentre lui, soggiogato dalla televisione, è aggressivo e violento, e lo si capisce in due momenti del film: nell’intervista al piccolo Mike, in cui lo si vede  intento ad uccidere i personaggi di un videogioco, e nel “giardino” della fabbrica, quando,  nel momento in cui Wonka dà la possibilità di divertirsi, Mike comincia a distruggere  tutto, alla domanda del padre “Cosa stai facendo?” Mike risponde “Ha detto di divertirsi”. Inoltre  è  lo stesso padre a dire “Spesso e volentieri non so nemmeno di cosa sta  parlando”, perché Mike non vive nel mondo reale, egli vive un mondo suo, quello fatto di nozioni troppo complicate per un bambino e di violenza non solo fisica ma anche verbale, perché in televisione non sono poche le trasmissioni che utilizzano un linguaggio  poco consono ad un bambino; infatti lo stesso Wonka gli fa notare che “Non si capisce una parola di quello che dice”,  per questo Mike è visto come un figlio più vecchio del proprio padre, un figlio cresciuto troppo in fretta.
Nella stanza della Tv si scopre la vera essenza di Mike, Wonka gli mostra la possibilità di trasportare una barretta di cioccolata dalla fabbrica all’interno dello schermo televisivo, un bambino come Charlie vede la cosa come un gioco, un divertimento, mentre Mike, cresciuto troppo in fretta, rimprovera Wonka di aver creato una macchina potentissima e di usarla stupidamente, così prova il trasporto con se stesso: Mike entra nella Tv.
Questo è un simbolo importante, egli voleva essere come la Tv, ma non si può diventare come qualcosa che in realtà non esiste, così  Mike  diventa  Tv e smette di “essere Mike”.  I bambini vanno oltre la “conoscenza”, perché come abbiamo detto prima possiedono il linguaggio del sogno. Mike, invece, ha smarrito questo orizzonte.
La sua famiglia ha delegato l’educazione del proprio figlio alla tv, con il risultato che Mike ora non distingue più realtà da finzione, ed è così che all’interno dello schermo egli si divide  tra Psycho e le ricette di cucina, senza trovare uno spazio davvero suo. Nella sua crescita tecno-scientifica, Mike in realtà rimpicciolisce, nel film letteralmente, infatti il trasporto lo fa sì entrare nello schermo, ma lo regredisce.
Mike non ha capito, che l’uomo che appare in tv non è reale ma una immagine ridotta, è così che anche lui rimpicciolisce. E purtroppo, come egli stesso e i suoi genitori si sentiranno dire, “Non c’è la marcia indietro; è un televisore, non un telefono.” Si tratta di un processo irreversibile, una volta avviato. Succede quindi ciò che Popper sostiene, i bambini sono le vittime della televisione, perché non possono distinguere ciò che gli viene offerto come realtà e ciò che gli viene offerto come finzione, ed è quello che succede a Mike: cresciuto con un’ insegnante (la televisione) non idonea per lui, è stato risucchiato dalla stessa (il trasporto), che lo ha reso vecchio e incapace di sognare, un’insegnante che gli ha tolto ciò di cui un bambino ha bisogno, l’infanzia, ed è quindi degenerato, infatti, non si è solo “ristretto” nel fisico ma anche, e soprattutto, nella mente.
È bene ricordare ai genitori che utilizzano questo tipo d’insegnante che “gli anni della fanciullezza sono sempre meno e rischiano di essere spazzati via in un soffio” (G. Guzzetti,  La fabbrica di cioccolato, in  www.bombacarta.com , 2007).
Ma nel film, più che alla televisione si dà la colpa di tutto ai genitori, è lo stesso padre a dire “ con tutta questa tecnologia, i bambini non restano bambini molto a lungo”, ci sono quindi due errori: la televisione che impiega “sapori forti che sono rappresentati dalla violenza, dal sesso e dal sensazionalismo” (K. R Popper, Una patente per fare Tv,  in G. Bosetti , Cattiva maestra televisione, Venezia, Marsilio Editori, 2002), e il genitore che permette alla “tecnologia” di prevaricare nel loro lavoro di genitori.  Ho voluto parlare di Mike, perché è l’esempio di molti bambini di oggi, che sono stati “educati” da una televisione che non è più tanto buona.  
Di Isabella C., estratto dalla tesi di laurea "Bambini e Tv: un rapporto difficile"

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